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lunedì 21 agosto 2017

In Italia una lunga e lenta ripresa che non basta

 
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) secondo trimestre 2017 accelera la crescita in Italia e in Europa. In corso da dieci trimestri, quella del nostro paese è la più lunga ripresa degli ultimi 25 anni. Ma è una ripresa lenta che lascia l’economia italiana ancora lontana dai livelli pre-crisi.
Una ripresa lunga ma lenta
Con la crescita dello 0,4 per cento rispetto al suo livello del primo trimestre 2017 (+1,5 per cento rispetto a dodici mesi fa) prosegue la ripresa dell’economia italiana in un quadro di più rapida crescita europea. E’ il decimo trimestre consecutivo in cui il Pil dell’Italia mostra il segno più. Dieci trimestri positivi rappresentano la più lunga ripresa registrata nella serie dei dati trimestrali dell’Istat (che cominciano dal primo trimestre del 1995). Le riprese del 1999-2001 e del 2005-07 durarono solo nove trimestri. Quella compresa tra il secondo semestre 2009 e il primo semestre 2011 si fermò dopo otto trimestri.
Rispetto alle riprese del passato è però una ripresa lenta. In dieci trimestri il Pil è cresciuto di 2,9 punti percentuali, poco meno dello 0,3 per cento per trimestre (vedi tabella). Un po’ meno del +0,4 di crescita media della ripresa 2009-11, metà del passo della ripresa 2005-07 e poco più di un terzo rispetto alla ripresa 1999-2001. La differenza in positivo è che le riprese del passato si sono concluse prima del decimo trimestre mentre la ripresa di oggi è ancora in corso. Altri due trimestri di crescita allo 0,3 consentirebbero di replicare il risultato complessivo (l’ampiezza) della ripresa  2009-11. Ci vorrebbe tutto un 2018 allo stesso passo per replicare quella del 2005-07. E per bissare il +7,9 complessivo di guadagno di Pil del 1999-2001, i +0,3 trimestrali dovrebbero estendersi fino alla metà del 2021.
Tabella 1 – La ripresa di oggi e quelle di ieri
La ripresa degli altri paesi nell’eurozona è stata più duratura e meno lenta
Forse l’andamento lento della ripresa italiana è semplicemente il riflesso del mutato contesto internazionale ed europeo, meno favorevole alla crescita economica che nel passato. Chi teme il rischio di stagnazione secolare ritiene infatti che il mondo dopo il fallimento di Lehman Brothers sia destinato a crescere sempre meno rapidamente che nei decenni precedenti. E non c’è dubbio che l’Europa della crisi ha avuto suoi problemi specifici che ne rallentano la crescita potenziale.  Con questi chiari di luna, è inevitabile che anche la crescita italiana sia più modesta.
Uno sguardo ai dati dell’eurozona nel suo complesso e dei suoi singoli paesi esclude questa possibilità. I dati Eurostat indicano che mentre il Pil dell’Italia – dopo due anni s mezzo di ripresa – è ancora di 6 punti circa al di sotto dei livelli del 2008, il Pil dell’eurozona è invece ritornato nel secondo trimestre 2015 ai livelli pre-crisi. Nell’area euro ci sono voluti sette anni (un’enormità di tempo) ma il recupero, almeno del prodotto interno lordo, è avvenuto già da due anni. E il recupero non è solo il risultato positivo di un sottoinsieme di paesi fortunati. E’ vero: la Germania, il cui Pil è sceso quanto quello dell’Italia nel 2008-09, è ritornata in fretta ai livelli precedenti già nel primo trimestre 2010. Un anno prima di quanto sia avvenuto per la Francia che, avendo subito uno shock meno rilevante nel 2008-09, è comunque ritornata ai livelli pre-crisi dopo circa tre anni. E quella tedesca e francese sono però economie stabili e forti. Non è quindi troppo sorprendente che abbiano recuperato più rapidamente rispetto all’economia italiana. Ma Germania e Francia non sono casi isolati. Sono infatti quindici i paesi dell’eurozona che hanno recuperato interamente il divario rispetto ai dati del 2008: tutti tranne Grecia, Italia, Portogallo, Cipro e Finlandia. Fatto 100 il Pil del secondo trimestre 2008, nel secondo trimestre 2017 la Grecia è ferma a 75, l’Italia a 94,3, il Portogallo a 96, Cipro a 96 e la Finlandia a 98. Proprio nel secondo trimestre 2017, il Pil della Spagna è ritornato appena sopra ai suoi livelli di nove anni prima.
Nell’insieme  i dati indicano che molti paesi dell’eurozona – che dunque condividono la stessa valuta e le stesse difficoltà istituzionali di un’unione ancora molto imperfetta – sono comunque riusciti a chiudere una brutta parentesi. Non c’è ragione che vieti all’Italia di raggiungere lo stesso obiettivo.
Di Francesco Daveri

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