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mercoledì 9 agosto 2017

Guadagnare di più conviene davvero in Italia?

Oltre allo stipendio e alle tasse, vanno calcolati anche le detrazioni per reddito e carichi familiari, le deduzioni, le addizionali locali, il bonus 80 euro,  gli assegni familiari, le zone di incapienza.
In Italia conviene scegliere un lavoro nuovo che ci dà uno stipendio migliore, accettare una collaborazione in più o una promozione? La domanda sembra assurda, al limite del retorico, e di getto verrebbe da rispondere che sì, certo che conviene trovare un lavoro dove lo stipendio è migliore. Ma è davvero così?
In Italia, lo sappiamo bene, vige un sistema di aliquote per il pagamento dell’Irpef. Le aliquote partono dal 23 per cento per chi guadagna fino a 15 mila euro lordi, passano al 27 per cento fino a 28 mila euro e via via raggiungono il 43 per cento per chi guadagna oltre i 75 mila euro. Già questo fa capire che, per assurdo, tra uno stipendio lordo di 14.990 euro e uno di 15.010 euro conviene il primo, perché il salto di aliquota peggiora il nostro bilancio. Ma, in realtà, a rendere spesso un aumento di stipendio o una collaborazione in più non convenienti non sono le tasse palesi, come l’Irpef, ma quei costi che si aggravano con l’aumento dello stipendio.
Questo vale soprattutto per chi ha uno stipendio lordo annuo inferiore ai 28mila euro. A spiegarlo è una ricerca dell’”Ufficio di valutazione dell’impatto”, centro di analisi del Senato guidato da Fernando Di Nicola e Melisso Boschi, dal titolo: “La giungla delle aliquote marginali effettive”. Sì, sono queste aliquote, più nascoste, a complicare la vita di tutti i giorni delle famiglie. Perché quando si fa il bilancio di fine anno, oltre allo stipendio e alle tasse, vanno calcolati anche le detrazioni per reddito e carichi familiari, le deduzioni, le addizionali locali, il bonus 80 euro,  gli assegni familiari, le zone di incapienza.
Lo studio che abbiamo citato elenca queste aliquote marginali effettive: la prima pari a zero, cioè la fascia esente fino a circa 10mila euro; la seconda del 30 per cento fino a 28mila euro e sopra i 28mila euro intorno al 42 per cento. Per fare qualche esempio reale, basti pensare – per esempio – alle addizionali Irpef locali che non si pagano se si è sotto la soglia di esenzione tra i 9.000 e i 15.000 euro. Superata questa soglia, però, non si paga l’addizionale sulla differenza (es. 17.000-15.000 euro), ma sull’intera cifra (17.000), con un balzello che diventa enorme di fronte a un aumento di reddito minimo. Insomma, quando si ha un aumento di stipendio bisogna valutare attentamente se valga la pena accettarlo.

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