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martedì 25 luglio 2017

Un riconoscimento solo formale?


Tim Love, responsabile strategie azionarie Paesi Emergenti di GAM, spiega che il 21 giugno la notizia del giorno è stata l’inclusione della Cina nell’indice MSCI Emerging Markets da 1,6 trilioni di dollari, un movimento che sembrerebbe quasi indurre i gestori ad acquistare in massa i titoli quotati a Shanghai e Shenzhen.
Tuttavia, la realtà è che l’evoluzione per l’universo degli Emergenti è di portata relativa.
Quella di giugno è stata la terza occasione in cui l’MSCI ha discusso dell’inclusione delle A-shares cinesi nel proprio benchmark. La proposta iniziale di inclusione è limitata a solo 222 titoli - con un peso del 5% - che valgono quindi solo lo 0,73% del benchmark complessivo.
Inoltre, sono rimasti fuori dall’indice una lunga lista di requisiti di maggiore liberalizzazione prima di prendere in considerazione un’ulteriore espansione dell’esposizione al mercato cinese - spiega Tim Love -.

Pertanto, anche se da un lato è assolutamente plausibile che il peso della Cina nel benchmark complessivo possa in fin dei conti aumentare fino al 40% o perfino 50%, non è detto che cio’ si verifichi nel breve periodo. Di conseguenza ci aspettiamo che un qualsiasi rialzo iniziale nelle azioni cinesi, collegato agli acquisti coordinati attraverso i differenti settori dell’asset management, sarà probabilmente molto limitato.
La vera questione in gioco in Cina è stata la costante esigenza di sostenere le best practice di corporate governance e di conseguenza di incoraggiare mercati dei capitali aperti, trasparenti e a libera fluttuazione, con la necessità di una qualche riflessione di tutto ciò in termini di capitalizzazione di mercato.
Il mercato delle A-shares, che fino a prima che l’inclusione entrasse in vigore è stato completamente escluso dalla copertura degli indici MSCI, a differenza di quanto fatto da altri gestori di indici, rappresenta un universo di enormi dimensioni, superiori a quelle dell’indice MSCI Europe.
L’assenza di tutte le azioni di classe A (mercati di Shanghai e Shenzhen), significa che tale grande realtà  economica veniva ignorata dall’MSCI, con l’eccezione di alcune selezionate H-shares - spiega Tim Love -.

Dato che la Cina continua a crescere a ritmi che l’Europa può solo sognare, la differenza è diventata curiosa. Gli investitori attivi sui Mercati Emergenti hanno gestito la differenza con una ricerca attiva e investendo in quei titoli di classe A che traggono vantaggio da migliori pratiche di corporate governance.
In effetti, sono diventate scelte esterne all’indice che hanno fornito ai gestori attivi opportunità per un’ampia generazione di alpha che i titoli inclusi negli indici non erano in grado di fornire.
Per esempio, potremmo indicare una società cinese domestica, produttrice di elettrodomestici, che ha acquisito una società manifatturiera tedesca di primissima qualità l’anno scorso - spiega Tim Love -.

In effetti, la società acquisita è divenuta “delistata” dal punto di vista degli indici MSCI. Dal nostro punto di vista abbiamo investito nel titolo domestico (A-share) della società cinese che ha compiuto l’acquisizione per sfruttare la tecnologia, il potenziale di crescita del Paese e il suo status di società non quotata.
Ciò sottolinea come in breve tempo gli indici MSCI si siano discostati dalla realtà per gli investitori dei Mercati Emergenti.
Se da un lato l’ampiezza dell’inclusione delle A-shares all’interno degli indici MSCI è stata più simbolica che altro, dall’altro significa che il secondo più grande mercato azionario al mondo sta iniziando ad essere riconosciuto - spiega Tim Love -.

La sua capitalizzazione di mercato superiore ai 7 trilioni di dollari sovrasta la quota rimanente del mercato azionario emergente nel suo complesso. Come nel caso del PIL, la capitalizzazione di mercato non ha molto a che fare con l’inclusione formale. Raramente, o forse mai negli ultimi 30 anni di analisi dei Mercati Emergenti e dei differenti indici, si è venuta a creare una distorsione di tale portata.
Si potrebbe tornare indietro al Giappone prima della sua adesione all’indice MSCI EAFE (Europe Australasia and Far East). Ad oggi, quasi trent’anni più tardi che le azioni giapponesi hanno raggiunto un massimo sull’indice Nikkei a un valore doppio rispetto a quello attuale, il peso del Giappone nell’indice MSCI EAFE continua ad essere di circa il 25%.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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