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lunedì 24 luglio 2017

Regole UE: l'imprudenza della prudenza


Marco Cattaneo
 
L’obiezione forse più ricorrente, in merito alle proposte di soluzione della crisi economica mediante politiche espansive della domanda, si riassume in ultima analisi come segue.
Il mondo è complicato e la certezza in merito agli effetti sul PIL di un’azione espansiva (via CCF, “rottamazione del Fiscal Compact” o altro) non si può raggiungerla. “Quindi” occorre essere “prudenti” e non fare nessuna ipotesi. Detto altrimenti, che effetto avrà l’immissione di potere d’acquisto nell’economia ? non si sa con sicurezza assoluta, per cui stimiamo zero.
Corollario: se riteniamo (per motivi già di per sé altamente discutibili, ma questo è un altro discorso) che il deficit e il debito pubblico (in rapporto al PIL) vadano ridotti, facciamo austerità. Tagli e tasse. Effetti indotti sul PIL ? li abbiamo stimati a zero, per cui siamo “per definizione” sulla strada giusta. L’austerità ridurrà il deficit, missione compiuta. E qualsiasi evoluzione dell’economia reale, sempre “per definizione”, è da ricondurre ad altre motivazioni.
Ovviamente non è così, e ci vuole poco a capirlo. Togliere potere d’acquisto dal sistema economico ha un effetto di rallentamento della domanda. Il che può essere opportuno se l’economia è surriscaldata e ci sono tensioni inflazionistiche. Ma è catastrofico se l’economia sta viaggiando molto al di sotto del suo potenziale e le risorse produttive (persone e impianti) sono in larga misura inattive o sottoutilizzate.
Le ricette UE “prescritte” a vari paesi dell’Eurozona, soprattutto tra il 2011 e il 2013, si sono invece basate sul presupposto di “effetti indotti zero”. I risultati sono stati deleteri, particolarmente nei paesi (Grecia e, purtroppo per noi, Italia) dove sono state adottate più scrupolosamente.
Il tentativo di ridurre il deficit pubblico via austerità ha prodotto effetti minimi, nell’ordine di decimali, appunto perché frenare la domanda ha contratto il PIL e il gettito fiscale. Mentre i danni in termini di fallimenti aziendali, crescita della disoccupazione, incremento della povertà e del disagio sociale sono stati paurosi. E il debito pubblico in rapporto al PIL è aumentato invece di scendere.
Con un ulteriore effetto indotto: è andato in crisi il sistema bancario italiano a causa dell’esplosione delle insolvenze. Sistema bancario che tutto sommato era uscito dalla crisi finanziaria internazionale del 2008 con molti meno danni rispetto a tanti altri, in quanto le banche italiane non si erano cimentate (almeno, non ai livelli di molti altri paesi) con politiche azzardate di finanziamento della speculazione immobiliare o di utilizzo aggressivo di strumenti derivati.
Le regole UE e le politiche che ne derivano vengono giustificate con l’esigenza di essere “prudenti”. E’ invece difficile concepire qualcosa di più imprudente: adottare una linea di azione, ignorare completamente la possibilità che ne nascano effetti controproducenti, e continuare ostinatamente, ad anni di distanza, a negarne l’evidenza. Evidenza che è, al contrario, sotto gli occhi di tutti.

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