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martedì 25 luglio 2017

Petrolio in rialzo ma i dubbi restano

Rossana Prezioso
 
Il petrolio risale o, se si preferisce, scatta in avanti oltre i 49 dollari al barile. Per la precisione il Brent arriva a 49,05 e il WTI a 46,80.
I timori (in)giustificati
Parlare di un vero e proprio rally, però, è difficile dal momento che la storia recente del greggio insegna che è bene non gridare al miracolo e soprattutto non entusiasmarsi troppo. La spada di Damocle, da tempo, è rappresentata dagli Usa e dai suoi produttori shale i quali, grazie alle ultime innovazioni tecnologiche, possono sfruttare un flessibilità produttiva che gli permette di entrare ed uscire dal mercato nel momento in cui il valore del greggio supera la soglia dei 50 dollari, minimo indispensabile per cui l'estrazione e la raffinazione possono essere economicamente convenienti. I motivi, attualmente, che spingono le quotazioni del greggio, si riferiscono alle ultime decisioni di Ryad circa la decisione dell’Arabia Saudita, il primo esportatore mondiale, di ridurre i barili esportati a 6,6 milioni al giorno. A confermarlo è stato direttamente il Ministro dell’Energia saudita, Khalid Falih in occasione della riunione della Commissione di monitoraggio OPEC/non-OPEC tenutasi a San Pietroburgo. La decisione riguarda, per il momento, solo le esportazioni ma si tratta comunque di un segnale che, almeno apparentemente, viene giudicato come particolarmente incisivo. Una decisione che, guardando l'altro lato della medaglia, arriva anche come presa di posizione per recuperare un'immagine ormai offuscata e caratterizzata da una grave conflittualità interna all'Opec stessa .
I dissidenti interni all'Opec
Oltre ai problemi di adesione al patto sui tagli da oltre 1,8 milioni di barili, l'organizzazione dei paesi esportatori deve fare i conti anche con i paesi che, pur accettando formalmente i termini, hanno deciso di aggirarli con l'escamotage dell'esportazione: per questo motivo si è fatta pressione anche sulla Nigeria affinchè si impegnasse a collaborare in un futuro prossimo alla politica  di tagli alla produzione prevista dall'intesa firmata a Vienna a novembre 2016, tra paesi Opec e non Opec nell'ambito di una più ampia strategia di stabilizzazione dei prezzi del greggio. Il paese africano, insieme alla Libia, ha infatti sfruttato un'esenzione dai tagli che ha però permesso anche di registrare un aumento spropositato, e soprattutto imprevisto, della produzione, sterilizzando, di fatto, i minimi vantaggi registrati dall'autodeterminazione degli altri membri. I n realtà, quella dell'Arabia è più che altro un'ufficializzazione della politica adottata dalla monarchia saudita già da qualche tempo visto che, n umeri alla mano , le consegne agli Usa hanno toccato il minimo dal 2010 durante la settimana tra 10 e 14 luglio mentre ad agosto potrebbero arrivare a non oltre i 6,6 milioni di barili contro i 7,6 del 2016 . Buone notizie anche per la deadline fissata a Vienna e poi recentemente ampliata: il marzo 2017 on sarebbe più il termine ultimo oltre il quale la produzione riprenderebbe i suoi ritmi serrati, il che fa presupporre con un certo margine di certezza che la politica dei produttori sia incanalata verso la volontà di un controllo maggiore e più serrato dell'accordo. 

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