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martedì 25 luglio 2017

Cambiamento climatico e paesi emergenti


Gli esperti di Martin Currie, società del gruppo Legg Mason, spiegano che il cambiamento climatico è un’emergenza globale, ma sono le urgenze locali a spingere sempre di più i mercati emergenti nella loro strada verso un’economia con meno emissioni di carbonio e più eco-sostenibile.
Prima che il presidente Donald Trump annunciasse ufficialmente l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi, si temeva che questa mossa avrebbe incoraggiato anche i mercati emergenti a ridurre o ritirare il proprio impegno.

Fino ad oggi ciò non si è verificato.
Le ragioni vanno al di là della politica internazionale. Molti mercati emergenti, nel momento in cui affrontano problemi legati all’energia e all’inquinamento di acqua, aria e terra, sono incentivati da urgenze locali, non globali, ed è la pressione domestica a far sì che i governi rispondano alle questioni ambientali più importanti.

La crisi idrica in Cina

Prendete la Cina, ad esempio, dove l’OCSE stima che milioni di persone bevano acqua contaminata con inquinanti come arsenico, fluoruro, pesticidi agricoli e fuoriuscite di rifiuti interrati - spiegano di esperti di Martin Currie -.

In più, la popolazione dovrebbe aumentare di altri 20 milioni di persone, arrivando a 1.4 miliardi nel 2022. Tuttavia, il 10% del suolo agricolo cinese è inquinato, e lo sfruttamento intensivo di aree come la Pianura della Cina settentrionale – uno dei maggior produttori di farina e mais – ha consumato la falda freatica, e ciò rappresenta da sola una grave minaccia per la sicurezza alimentare.
Con il livello idrico che scende anno dopo anno, la quantità di terra coltivabile a disposizione è sempre meno, la popolazione sempre di più, e aumenta anche il costo del rifornimento di acqua, perché per trovarla si deve scavare più a fondo.
Per molte economie emergenti, come la Cina, l’emergenza ambientale può essere strettamente collegata alle prospettive di crescita economica.

Il World Economic Forum, per esempio, prevede che in Cina la richiesta di acqua supererà l’offerta entro il 2030, e questo potrebbe costare al Paese 35 miliardi di dollari l’anno.

Chi preme per il cambiamento

La Cina non è l’unico Paese a dover affrontare la sfida ambientale - spiegano di esperti di Martin Currie -.
India e Bangladesh, ad esempio, stanno assistendo a uno dei più gravi aumenti di mortalità per effetto dell’inquinamento atmosferico. In quanto a decessi, l’India si sta avvicinando ai livelli della Cina, dove si stima che, nel 2013, l’inquinamento atmosferico abbia ucciso 366.000 persone.
Le sfide sociali ed economiche, che i governi dei mercati emergenti si trovano ad affrontare, li spingono ad agire.

L’esempio più chiaro è la Cina, che ha riempito velocemente il vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti nella battaglia contro il cambiamento climatico.
Il piano quinquennale cinese per lo sviluppo socio-economico del 2016-2020, in cui il governo delinea le sue strategie e definisce gli obiettivi prioritari dello sviluppo, va nella direzione di una maggior conservazione e riutilizzo delle risorse idriche, con il Paese che cerca di ridurne il consumo del 23% per unità di PIL.

Le autorità hanno anche dichiarato che i contravventori saranno puniti severamente.
La Cina sta facendo investimenti importanti nelle infrastrutture idriche. Tra il 2016 e il 2018, il governo centrale dovrebbe destinare quasi 6 miliardi di renminbi al progetto “Sponge Cities”, in cui le protezioni dalle inondazioni e il riutilizzo dell’acqua piovana saranno inserite nei piani di sviluppo urbanistico.
Da un punto di vista più ampio, il piano quinquennale prevede che la Cina rispetti i propri impegni dell’accordo di Parigi, tagliando la sua intensità energetica del 15% - spiegano di esperti di Martin Currie -.

E’ bene notare che i target sull’energia e sul carbone del dodicesimo piano quinquennale sono stati già raggiunti e superati, dal momento che l’intensità energetica è scesa del 18.2%. L’ultimo piano alza gli obiettivi di riduzione del diossido di zolfo e ossido di azoto, due dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico.
Tra i mercati emergenti, iniziative eco-sostenibili – come C40, una rete di metropoli unite nella lotta al cambiamento climatico – continuano a crescere.

Novantuno città, che rappresentano il 25% del PIL globale, incluse Pechino, Hong Kong, Shangai, Deli, Mumbai, San Paolo, Rio de Janeiro e Buenos Aires, hanno firmato per portare avanti, con l’iniziativa C40, azioni significative, misurabili e sostenibili contro il cambiamento climatico.

Cosa vogliono le persone

Anche se il cambiamento climatico è un’emergenza globale che continuerà a rimanere in alto all’agenda geopolitica internazionale, la maggior parte dei motivi che sostengono politiche ecosostenibili nei mercati emergenti dipende da questioni locali - spiegano di esperti di Martin Currie -.

Quindi, l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi può avere un impatto sull’impegno dei mercati emergenti diverso da quanto temuto inizialmente.
Come afferma David Sheasby, Head of Governance and Sustainability di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason: “Alcuni problemi trascendono i confini delle nazioni, e dipendono più dalla volontà delle persone che dai capricci dei politici.”
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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