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martedì 4 luglio 2017

Banche, le assurde non-soluzioni

Marco Cattaneo
Banche, le assurde non-soluzioni
Domenica scorsa (25 giugno) circolavano i primi commenti sul piano di intervento che ha portato Banca Intesa ad acquistare i rami d’azienda “buoni” di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza (con una cospicua sovvenzione pubblica e lasciando allo Stato italiano i crediti deteriorati).
Commentando su Twitter (Francoforte: A1W6XZ - notizie) un articolo di Isabella Buffacchi del Sole24Ore, ho affermato (tra le altre cose) che quanto è avvenuto è la conseguenza di una regolamentazione assurda: il meccanismo UE di supervisione del sistema bancario e di risoluzione delle crisi.
Isabella Buffacchi stessa ha risposto al mio commento con la seguente affermazione:
E’ assurdo che i creditori siano colpiti prima dei contribuenti o è assurdo colpire i contribuenti per proteggere (alcuni) creditori?
Ho replicato a mia volta con una serie di tweet, che riporto qui di seguito, integrati da alcuni chiarimenti che fanno – mi auguro – luce sui vari aspetti del problema.
PRIMO , è assurdo imporre perdite a risparmiatori che hanno sottoscritto titoli ANTE cambiamento normativo; perdite causate anche da carente vigilanza.
Si sommano qui due problemi: da un lato, sono stati colpiti i sottoscrittori di obbligazioni subordinate, che le avevano acquistate in un contesto normativo in cui i creditori delle banche potevano perdere soldi solo in conseguenza di una procedura concorsuale (un fallimento, in pratica). La regolamentazione UE prevede invece meccanismi (il bail-in) che infliggono perdite senza che intervenga alcuna procedura concorsuale, introducendo quindi uno scenario di rischio che in precedenza non esisteva. E questo mutamento è stato introdotto in forma retroattiva, quindi con effetto anche sui titoli emessi in precedenza.
Dall’altro lato, va sempre ricordato che l’investitore in titoli bancari, a differenza del sottoscrittore di obbligazioni emesse da una società non finanziaria, fa affidamento sull’esistenza di organismi di controllo e di vigilanza (Bankitalia e BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) , nel caso specifico) una delle cui principali funzioni è appunto prevenire situazioni di dissesto finanziario. L’investimento in titoli emessi da una banca dovrebbe essere maggiormente tutelato rispetto all’acquisto, per esempio, di corporate bonds di una società industriale: se non è così, qual è il senso dell’attività di vigilanza?
SECONDO , è assurdo aver delegato la vigilanza alla BCE SENZA che sia stata introdotta una garanzia sui depositi a livello Eurozona.
In pratica, l’Italia oggi si trova in una situazione in cui un’entità esterna (la BCE) decide quando un’istituzione bancaria si trova, o meno, in situazione di dissesto, ma per contro non beneficia di alcun meccanismo di tutela, nemmeno per i depositanti e per i correntisti ordinari. Si è quindi introdotto un livello di rischio anche per la clientela ordinaria, che utilizza lo sportello bancario non per investire (o speculare) ma esclusivamente come meccanismo per effettuare depositi e pagamenti. Rischio che non esisteva più dagli anni Trenta, quando in tutte le principali economie mondiali ci si era resi conto che i dissesti bancari e le corse agli sportelli erano in grado di trasformare una crisi finanziaria in un dissesto bancario sistemico.
In misura più o meno accentuata oggi qualsiasi istituzione bancaria “chiacchierata” fronteggia il rischio di fughe di depositi, perché la solidità della sua situazione patrimoniale è soggetta a valutazioni fortemente discrezionali, per non dire arbitrarie, di un’entità terza. Entità che peraltro non fornisce alcuna tutela o garanzia, e non è responsabilizzata per le conseguenze di una sua carente azione di vigilanza e prevenzione.
Esiste, si dirà, il fondo interbancario nazionale che garantisce i depositi fino all’importo di 100.000 euro. Ma le risorse di questo fondo sono limitatissime e del tutto inadeguate a fronteggiare una crisi di proporzioni estese. Senza contare che a fine 2015 la commissione UE ha impedito che il fondo venisse utilizzato per sostenere le quattro banche allora in difficoltà (Banca Popolare dell’Etruria, Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Chieti e Cassa di Risparmio di Ferrara) sollevando il problema che si sarebbe trattato di aiuti di Stato non autorizzati. Il medesimo problema, nel caso delle banche venete è stato invece completamente ignorato, nonostante le dimensioni dell’intervento fossero molto maggiori.
Il fondo interbancario nazionale in pratica è del tutto insufficiente come dimensione e non c’è alcuna certezza che possa venire utilizzato all’occorrenza. E l’assicurazione europea non esiste. A tutti gli effetti pratici, l’incertezza è totale. E’ quindi del tutto plausibile che i risparmiatori scappino quando cominciano a circolare notizie (magari in quel momento infondate) su potenziali problemi della banca. Con il risultato che il rischio di dissesto si può creare anche dove altrimenti non sarebbe esistito.
TERZO , è assurdo pensare che le perdite subite dai risparmiatori non ricadano poi sull’economia e quindi sul contribuente.
La regolamentazione bancaria UE è incentrata sul principio che occorre far pagare agli investitori le perdite per evitare che se le debba accollare il contribuente.
Ma in realtà le perdite inflitte ai risparmiatori danneggiano l’andamento dell’economia e il tessuto produttivo, e producono danni a PIL, occupazione e gettito fiscale. Infliggere perdite ai risparmiatori NON significa toglierle dalle spalle del contribuente. Significa che perdono sia il risparmiatore (prima) che il contribuente (di conseguenza, e subito dopo).
Per contro c’è un’alternativa che evita perdite a entrambi: ripianare le perdite che i risparmiatori subirebbero, direttamente da parte dell’istituto d’emissione (nel caso dell’Eurozona, la BCE). Chi perde in questo caso ? nessuno, né direttamente né indirettamente – l’emissione monetaria non ha effetti inflazionistici perché non incrementa l’ammontare totale di potere d’acquisto in circolazione: si evita, piuttosto, che una parte di esso venga distrutto (con i connessi, e deleteri, effetti deflattivi).
A titolo di esempio, nel 2009 la Banca Centrale svizzera ha coperto un buco di 60 miliardi che, in conseguenza della crisi finanziaria internazionale, si era creato in uno dei principali istituti elvetici, l’UBS (Londra: 0QNR.L - notizie) . Qualcuno ha sentito parlare di effetti inflazionistici, o di turbolenze di qualsiasi tipo nell’economia svizzera ?
Ma il moral hazard, si dirà ? se la banca centrale interviene ed evita danni, non incentiviamo in questo modo comportamenti arrischiati, se non irresponsabili, da parte degli investitori e dei gestori delle banche ?
Per quanto riguarda i gestori, la risposta è che l’intervento della banca centrale deve andare di pari passo con il perseguimento dei responsabili del dissesto, sul piano civile e penale. E deve avere conseguenze anche per gli organi interni della banca centrale, che evidentemente hanno svolto una cattiva azione di vigilanza e prevenzione.
Per quanto riguarda gli investitori, deve esistere una detta linea di demarcazione tra risparmio tutelato e investimenti rischiosi. Negli USA la differenza è chiara: i depositi bancari fino a 250.000 dollari d’importo sono assicurati dalla Federal Deposit Insurance Commission, a sua volta garantita dal governo federale e dalla Federal Reserve. E’, in pratica, il meccanismo di assicurazione comune dei depositi che nell’Eurozona ci si è rifiutati di introdurre.
Per quanto riguarda i titoli e i depositi di importo superiore, deve essere chiaro (ma fin dalla loro emissione, non cambiando il contesto normativo con effetti retroattivi) che si tratta di investimenti a rischio. Ma a quel punto, se il dissesto dell’istituzione finanziaria crea rischi sistemici, occorre attivare una procedura d’insolvenza che mette l’istituzione sotto il controllo della banca centrale (o del governo, supportato finanziariamente dalla BC medesima): si procede ad assicurare l’ordinato svolgimento dell’attività, e nel tempo si ripagano gli investitori nei limiti di quanto è possibile recuperare.
Se poi gli investitori non garantiti sono di dimensioni tali che il dissesto può creare rischi all’intero sistema economico (come avvenuto nel 2008) l’unica soluzione è un intervento fiscale espansivo che compensi gli effetti depressivi e deflattivi per l’economia, immettendo potere d’acquisto nel sistema economico.
Uno scenario di questo tipo andrebbe prevenuto a monte, evitando che un’istituzione finanziaria divenga “too big to fail”. Ma questo è un problema di regolamentazione e di vigilanza. Se regolamentazione e vigilanza si rivelano carenti, l’azione anticiclica del settore pubblico è ex post l’unica via che evita alla crisi finanziaria di trasformarsi in una depressione economica.
QUARTO , è assurdo ignorare, a dispetto di tonnellate di prove contrarie, gli effetti depressivi delle politiche di austerità e la conseguente esplosione dei crediti deteriorati.
Il catastrofico andamento dell’economia italiana dal 2011 in poi è direttamente imputabile all'aver reso ossequio alle “prescrizioni” UE, ricercando il contenimento del deficit pubblico quanto l’economia non aveva ancora, se non in parte minore, recuperato i danni della crisi finanziaria internazionale scoppiata nel 2008.
L’Italia si trova oggi con livelli di crediti deteriorati molto superiori alle medie dell’Eurozona esclusivamente per questo motivo. Le cose non stavano così né nel 2008 né nel 2011.
Un intervento che (come, almeno a giudicare dal suo tweet, Isabella Buffacchi avrebbe ritenuto corretto) avesse inflitto “perdite ai risparmiatori per proteggere i contribuenti” in realtà come visto ne avrebbe create, e di pesanti, a entrambi. Questo, dopo che sia i risparmiatori, che i contribuenti, che i cittadini italiani nel loro complesso, hanno subito pesantissime e immotivate conseguenze dall’imposizione di scelle Autore: Marco Cattaneo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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