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venerdì 30 giugno 2017

Trump attack


Il contenimento dei rischi politici europei ha aiutato il rafforzamento dell’euro. Questa però, insieme alle parole di Draghi, rappresenta solo una delle facce della medaglia che spiega l’indebolimento del dollaro Usa con il cross EUR-USD che si è riportato sopra 1,13, avviandosi a chiudere stabilmente la settimana a 1,14, cioè ai minimi degli ultimi 12 mesi.

Tralasciando le alterne vicende sulle interpretazioni del discorso di Draghi certamente ci avviamo verso una fase di ridimensionamento graduale del quantitative easing di lungo termine, fase che potrà protrarsi anche per tutto il 2018. Ne consegue che il rialzo dei tassi europei non è dietro l’angolo ma i mercati già prezzano nervosamente questa fase di impasse, riposizionandosi rispetto all’esposizione eccessiva su scelte di carry trade aperte sui paesi periferici per porsi in maniera più neutrale di fronte al nuovo atteggiamento allineato delle Banche Centrali.

Si parla già di Patto di Sintra come di un accordo delle Banche Centrali per far rientrare gradualmente le manovre non convenzionali sulla liquidità, tra le quali il QE la fa da padrone per prospettare al mercato futuri rialzi dei tassi rispetto ai target inflazionistici e per favorire un riposizionamento della pendenza delle curve a favore di un aiuto alla redditività delle banche.

Un aspetto cruciale dopo anni di tassi a zero e margini ridotti, anche e oltremodo dall’impatto dei costi di compliance e aumento della reportistica e trasparenza dei processi interni per l’adeguamento alle norme comunitarie post crisi globale.

Sui rendimenti americani vediamo come sia la parte lunga della curva abbia visto i rendimenti salire al massimo del mese (il Treasury a 10 anni ha toccato il 2,25%), sia il differenziale tra la parte breve a 2 anni e il decennale è ai massimi a ridosso dei 90 punti base. In questo caso la strategia di breve messa in atto dalle “mani forti” è di comprare a questi livelli per rivendere tutte le volte che si scende al 2%.

In tale scenario, nonostante lo sblocco della campagna dividendi delle banche Usa grazie al positivo esito degli stress test che la Fed ha concluso e comunicato al mercato, le quotazioni azionarie USA prendono una pausa di riflessione dovuta non solo alla revisione al ribasso del dato sul PIL da parte del FMI (un dato poi mitigato dalla revisione a +1.4% del PIL Usa nel primo quarter 2017), ma anche al nulla di fatto da parte della Casa Bianca sulla riforma fiscale e sulle infrastrutture nonostante le promesse di inizio mese e i continui annunci e rimandi.

In questo primo semestre AsiaGiappone e Grecia sono stati i vincitori sui portafogli insieme a Wall Street che ha vissuto delle aspettative sulle promesse elettorali di un Presidente che, per ora, ha portato a casa buoni risultati sulla politica estera, non ultimo l’accordo multimiliardario con l’Arabia Saudita, ma che sulla politica interna resta sempre sull’orlo dell’impeachment, per le note questioni russe.

Trump a questo punto ha solo due alternative: chiudere il cerchio sulle riforme all’interno in tempi rapidi, cercando supporto nel suo partito, oppure spostare l’attenzione nuovamente sulla politica estera dove il rischio di un confronto diretto con i russi via aerea o con i ribelli filo siriani è molto elevato. Si sa che i venti di guerra permettono spesso di spostare l’attenzione degli investitori ma in questo caso l’unico risultato sarebbe un’estate estremamente volatile per i mercati americani, potremo dire per parafrasare gli aspetti della situazione di Trump: un’estate sulle “montagne russe”...

Claudia Segre - Presidente Global Thinking Foundation
Fonte: news.itforum.it

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