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lunedì 19 giugno 2017

Regno Unito, ma nel caos

Sembrava un’elezione dall’esito scontato. Invece il Regno Unito sorprende ancora con un risultato elettorale che ha l’apparenza del cataclisma. Ma Theresa May è ancora al potere, almeno per il momento. E per i negoziati Brexit rimangono due scenari.

Non ha vinto nessuno

Il partito laburista ha perso le elezioni dell’8 giugno nel Regno Unito.
Al di là dell’entusiasmo e della gioia istintiva (anch’io ho esultato, certo come tanti, con un “yessss!” e braccia al cielo, nel vedere l’exit poll alle 22), i numeri sono innegabili. Jeremy Corbyn ha portato ai Comuni meno di due terzi dei deputati che aveva Tony Blair, solo tre in più di Gordon Brown; gliene mancano ancora 70 per formare un governo laburista.
L’esultanza dei social è dovuta al fatto che ha perso in modo meno disastroso delle previsioni, ma è magra consolazione per i meno fortunati che dovranno subire ulteriori tagli al welfare, per chi morirà per il caos negli ospedali, per chi non potrà andare all’università per la netta riduzione dei finanziamenti alla sua scuola statale.

La redistribuzione è certo uno slogan efficace nei comizi, ma Tony Blair rimane il solo che è riuscito a realizzarla in concreto.
La sconfitta è resa ancor più amara per l’incompetenza dei Tory. Perdere con un governo così detestato e incompetente, che ha sbagliato letteralmente ogni mossa elettorale, con un primo ministro la cui popolarità crollava a picco ogni volta che parlava con un’infermiera, un’insegnante o un disabile, è peggio che sbagliare un gol a porta vuota al novantesimo.
Anche se adesso è il beniamino della sinistra, la colpa della sconfitta dei laburisti è di Corbyn e del gruppo di suoi fedeli.

Il partito si è dimostrato organizzato e capace, concentrando le energie nei collegi giusti, evitando di parlare del suo leader nei volantini e nei porta-a-porta con gli elettori e mandandolo in visita in collegi dove il voto non era in bilico, utilizzando nel modo migliore i social media per far votare i giovani.
Ha ragione George Osborne, il ministro dell’Economia di David Cameron, secondo cui un leader laburista meno estremista sarebbe oggi senz’altro primo ministro.

Corbyn non ha potuto o voluto convincere un numero sufficiente di elettori moderati a disertare i Tory. D’altra parte, la sua indubbia abilità in campagna elettorale ha portato alle urne molti che in passato se ne erano disinteressati. E questo amplifica la sua responsabilità per il voto al referendum sulla Brexit.
Se Corbyn non fosse rimasto disdegnoso e distante, pontificando che l’UE è un club del capitale finanziario, e un anno fa si fosse gettato nella mischia elettorale con l’energia e il carisma, tanto pacato e civile quanto efficace delle passate settimane, la Brexit sarebbe stata sonoramente sconfitta.

Divisione sempre più netta

L’eccellente serie di grafici del Financial Times illustra bene i profondi cambiamenti sociali del Regno Unito (in maggior dettaglio nel mio libro).

Nel 2017 non c’è differenza di voto tra classi sociali, mentre quella generazionale è più profonda che mai: il Labour perde di 30 punti tra gli over-65, e vince di 50 negli under-24. La divisione geografica è ugualmente profonda. Il paese è diviso in tre: Londra e le grandi città del Nord, fermamente Labour; l’Inghilterra rurale e delle città medie, altrettanto saldamente Tory; mentre la Scozia è divisa tra chi è pro e chi contro l’indipendenza.

La divisione generazionale è però ancor più forte di quella territoriale: in un voto per gioco, gli studenti dell’ex-scuola dei miei figli scelgono in modo diametralmente opposto rispetto al voto del collegio locale.
Un’altra novità è che il paese torna a essere bipartitico.
Per trovare un’elezione in cui sia Tory sia Labour abbiano ottenuto più del 40 per cento dei voti bisogna andare al 1970 ed entrambi l’8 giugno hanno ricevuto più voti che in ogni altra elezione in questo secolo. La scomparsa dei partiti minori è avvenuta in due fasi: i Lib-Dem nel 2015, Ukip e i verdi la settimana scorsa.

Cosa succederà adesso?

Per il momento, Madam May scende a patti con una disgustosa banda di reazionari per rimanere avvinghiata al potere come una democristiana.

Alcune delle opinioni degli eredi di Ian Paisley possono far sorridere, l’opposizione al line-dancing e quella che il papa sia un emissario di Satana. Altre, come la proposta criminalizzazione dell’omosessualità, il creazionismo o la negazione del riscaldamento globale, possono però avere serie conseguenze.
Non è difficile immaginare come giudichi questa unione Ruth Davidson, lesbica, leader dei Tory in Scozia, l’unica tra i conservatori che oggi sorride, avendo portato il partito da uno a 13 seggi. I media sono certi che Theresa May durerà solo fino a quando le due ali del partito decideranno di aprire le ostilità.

Ma si sono già sbagliati in passato.
Difficile immaginare l’evoluzione del negoziato sulla Brexit. Nello scenario peggiore, i Tory pro-europei (che sono almeno una cinquantina) danno carta bianca a Boris Johnson, convinti della futilità di sfidare la Brexit dura e preoccupati di una possibile campagna in stile nord-coreano condotta contro di loro dai fanatici media della destra eurofoba.
In quello più ottimista, invece, si forma un’alleanza tra i moderati dei due partiti, con una commissione congiunta che collabori alle trattative sull’articolo 50. La nomina di Damian Green a vice-premier, sposta un po’ l’ago della bilancia verso il secondo scenario.
Di Gianni De Fraja
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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