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venerdì 30 giugno 2017

Liquidità abbondante? Non più

 
Il tema è da sempre contraddittorio e di difficile soluzione: sembra che la liquidità sia copiosa, fino a quando, d’un tratto, si prosciuga completamente.
Come quella vecchia barzelletta dei banchieri: solerti a prestarti l’ombrello quando fuori c’è il solo, ma dal braccino corto quando piove (per carità, non tocchiamo questo tasto…).
Non essendo agevole quantificare e soprattutto qualificare la liquidità in circolazione a livello globale (consideriamo i mezzi liquidi, o anche quelli prontamente liquidabili?
Ci limitiamo al settore privato, o consideriamo anche le banche centrali? Le quali in effetti in alcuni casi intervengono direttamente sul mercato azionario) siamo costretti a servirci di alcuni sotterfugi.
Ad esempio, da tempo il settore del lusso primeggia in borsa. Il grafico in alto mostra il rapporto fra l’indice che raggruppa le principali società del settore, in Europa, e l’Eurostoxx50: una pendenza positiva evidenzia appunto la maggior forza del numeratore del rapporto.
Come si dice? Ah, sì, un’alta marea solleva tutte le barche. Però se a salire in borsa è anche un settore “frivolo” come quello del lusso, vuol dire che la liquidità deve essere davvero copiosa…
Evidentemente, si tratta di una approssimazione comoda – e in questo momento eloquente: il rapporto Lusso/Mercato è sui massimi… - ma abbastanza grezza.
Insomma: ci deve essere qualcosa di più preciso…
Un metodo c’è: prendiamo la liquidità generata dalle banche centrali – croce e delizia degli investitori, a seconda che di questo Toro quasi decennale abbiano raccolto le briciole, ovvero beneficiato. Si suppone che l’offerta di moneta sia al servizio dell’economia reale, ma tutti sanno che in qualche misura, la liquidità confluisce verso i mercati finanziari: sarebbe ingenuo affermare il contrario.
Si presume che la moneta generata, e non assorbita dall’economia, finisca in speculazione. L’indicatore che mostriamo in alto, dunque, considera la variazione annuale dell’offerta di moneta “M2” negli Stati Uniti, e da essa sottrae la variazione dei prezzi al consumo («l’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario»: ricordate la lezione di Friedman?) nonché la variazione della produzione industriale. Se la liquidità non è impiegata dall’economia reale, e non si brucia in perdita di potere d’acquisto della moneta, possiamo supporre che in ultima analisi si diriga verso i mercati: giusto?
A questo punto possiamo definire delle soglie: se l’indicatore di liquidità in eccesso si spinge oltre l’estremo superiore, vuol dire che la liquidità abbonda, e gli investitori possono festeggiare. L’ultimo episodio simile, ad evidenza, essendo occorso sul finire del 2011, con lo S&P500 a 1250 punti: sarebbe quasi raddoppiato, ad oggi.
Viceversa, quando il misuratore raggiunge valori particolarmente negativi, vuol dire che la moneta “generata” è insufficiente anche soltanto per l’economia reale; figurarsi per quella finanziaria. Gli episodi di novembre 2007 e, in minor misura, di marzo 2010, testimoniano l’imbarazzo provato dal mercato, quando ha dovuto galleggiare sulle secche.
Allo stato attuale, dunque, la situazione è confortante. La liquidità abbondava sul finire del 2015, e attendeva un catalizzatore, all’inizio dello scorso anno, per favorire il decollo del mercato azionario.
Che ha drenato risorse, sollevandosi prodigiosamente. Al punto che la liquidità in eccesso risultava ad inizio primavera esaurita. Questo spiega e giustifica lo stallo raggiunto dai mercati negli ultimi due-tre mesi.
Ma ciò non implica ipotesi drammatiche: non fino a quando la liquidità subirà una decisa contrazione su base annuale. Non ci siamo ancora, ma ovviamente monitoriamo periodicamente la situazione.

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