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mercoledì 28 giugno 2017

Le politiche di Trump fanno bene alla Cina. Ecco perché


Pierpaolo Molinengo
 
Fabiana Fedeli, Senior Portfolio Manager Emerging Markets di Robeco e Victoria Mio, Gestore del Robeco Chinese Equities Fund spiegano che le preoccupazioni sull’impatto negativo derivante dalle politiche di Trump sulla Cina sono esagerate rispetto ai rischi effettivi. Allo stesso modo, lo sono le preoccupazioni sui flussi commerciali dei paesi emergenti. In particolare, crediamo che il rischio di una guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina sia significativamente diminuito in seguito al meeting di aprile tra Trump e Xi, che ha aperto la strada per negoziazioni costruttive.
Fabiana Fedeli e Victoria Mio sostengono, addirittura, che la posizione dell’amministrazione USA in tema di commercio ha un impatto positivo sulla Cina. Poiché il paese ambisce a posizionarsi come il baluardo della globalizzazione al posto degli Stati Uniti, ciò potrebbe tradursi in una maggiore liberalizzazione del sistema finanziario cinese e dell’economia in generale. Troviamo che ci sia già ampia coscienza da parte delle autorità cinesi che la regolamentazione finanziaria domestica deve essere rinforzata per prevenire una crisi finanziaria nel paese. Alcuni passi sono già stati intrapresi e al momento non vediamo rischi per un collasso finanziario. Ciò non significa che non ci sarà alcun impatto negativo sull’economia dovuto agli elevati livelli di debito, ma siamo convinti che le autorità cinesi saranno in grado di gestire gradualmente nel tempo il processo di riduzione della leva finanziaria.
L’iniziativa “Belt and Road” tocca 69 paesi e per promuoverla la Cina ha organizzato il Belt and Road Forum per la Cooperazione Internazionale il 14 e 15 maggio scorso a Pechino - spiegano Fabiana Fedeli e Victoria Mio -. In questa occasione la Cina ha firmato accordi di cooperazione con 68 paesi e organizzazioni internazionali, su 270 punti chiave in aree quali il commercio e la finanza, la costruzione infrastrutturale ma anche la coordinazione normativa.
Questa iniziativa non è certo priva di rischi per le società e le autorità cinesi: ostacoli politici, operative e macroeconomici, sia interni che internazionali, potrebbe mettere a repentaglio il progetto - spiegano Fabiana Fedeli e Victoria Mio -. L’esecuzione è una sfida sotto molti aspetti, e può risultare in un calo della profittabilità delle attività commerciali estere di molte società industriali del paese. Tuttavia, resta un valido strumento nelle mani del governo cinese per aumentare il proprio peso nelle questioni di politica estera agli occhi del mondo. In seguito all’incontro, le due parti, Cina e Stati Uniti, hanno annunciato un piano di azione per i primi 100 giorni. Questo piano copre lo scambio di beni e servizi tra due nazioni e detta la direzione per una più completa revisione degli accordi commerciali. Entrambe le parti avrebbero molto da perdere da una guerra commerciale.
Gli USA, infatti, sono il primo partner commerciale della Cina in termini di export, con 410,8 miliardi di dollari (dati al 2015), ovvero il 18% dell’export cinese o il 3,7% del Pil del paese - spiegano Fabiana Fedeli e Victoria Mio -. L’impatto di una guerra commerciale si materializzerebbe con uno shock della domanda per la Cina, e uno shock dell’offerta per gli Stati Uniti, essendo la Cina il principale fornitore di manodopera per prodotti ad alta intensità di lavoro, che potrebbe aumentare il bisogno di un restringimento monetario da parte della Fed. In più, la Cina è il mercato a maggior crescita per l’export a stelle e strisce e le società americane avrebbero molto da perdere se l’accesso a questo mercato divenisse più difficile. Questo fornisce alla Cina un enorme potere contrattuale in termini di commercio globale.
Se gli incontri che abbiamo avuto hanno mostrato come il tono protezionista dell’amministrazione Trump si sia ammorbidito e che a questo punto la Guerra commerciale con la Cina sembra essere stata sventata, permangono rischi per il contesto macroeconomico globale.
Mentre Trump ha promesso una maggiore deregolamentazione finanziaria, il governo cinese è concentrato sul miglioramento dei mercati finanziari domestici - spiegano Fabiana Fedeli e Victoria Mio -. C’è grande consapevolezza, tra i rappresentanti cinesi, che la rapida crescita del credito rispetto al Pil e l’espansione esponenziale dello shadow banking abbiano creato rischi significativi alla stabilità generale del paese e in questo momento sembrano essere tre le aree su cui è focalizzato il governo:
  1. Riportare in chiaro nei bilanci quegli asset che le banche avevano spostato al di fuori dei bilanci per aggirare la regolamentazione.
  2. Regolare quella che i cinesi chiamano la “Internet Finance” (l’equivalente del FinTech nel mondo occidentale).
  3. Migliorare il coordinamento tra le istituzioni di regolamentazione del paese.

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