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giovedì 1 giugno 2017

Il greggio rifiata coi dati sulle scorte USA. Quanto può durare?


Le quotazioni del petrolio viaggiano oggi in recupero grazie alle anticipazioni su un calo settimanale più ampio del previsto delle scorte USA
Dopo l'arretramento ieri di quasi il 3%, che aveva fatto precipitare il prezzo sotto i 48 dollari, i futures sul greggio americano WTI con scadenza luglio scambiano sul New York Mercantile Exchange in rialzo dello 0,46% a quota 48,53 dollari al barile.
Stessa dinamica di prezzi per il benchmark globale Brent, che sale dello 0,18% a 50,92 dollari sull' ICE Futures Europe.

La produzione cala più del previsto

La  risalita dei prezzi, che arriva dopo una settimana di forte pressione per le reazioni tiepide al prolungamento lo scorso 25 maggio del piano di tagli produttivi a guida Opec, segue la diffusione delle stime dell'American Petroleum Institute, secondo cui la produzione di greggio americano è calata la scorsa settimana di 8,7 milioni di barili: numeri che lasciano prevedere un calo maggiore di quanto ci si attende dal consueto report settimanale del governo americano che sarà diffuso oggi.
I dati ufficiali forniti dall'Energy Information Administration, che saranno rilasciati nel pomeriggio, con un giorno di ritardo questa settimana per via delle celebrazioni negli Stati Uniti del Memorial Day, dovrebbero in ogni caso mostrare secondo le stime un calo di 3 milioni di barili, l'ottavo consecutivo su base settimanale.

Cosa può succedere ora?

Gli analisti più ottimisti su un prossimo riequilibrio tra offerta e domanda notano che le riserve americane hanno ripreso a scendere con una certa continuità dopo aver toccato un record di 535,5 milioni di barili alla fine di marzo e la tendenza può adesso proseguire, anche in virtù della stagionalità favorevole.
Resta però da vedere se questo basterà a sedare la principale ragione di preoccupazione addotta dagli osservatori più diffidenti sulla stabilizzazione del prezzo del greggio: anche se le riserve si stanno assottigliando, la produzione americana continua a salire, perché più l'Opec e la Russia limitano la loro offerta, più rapidamente i produttori americani di shale accelerano la ripresa della produzione. 
Per Ric Spooner, esperto di CMC Markets interpellato da Bloomberg, "con i prezzi sotto i 50 dollari, la produzione americana potrebbe essere rallentata e questo dovrebbe fornire una mano al riequilibrio del mercato".

In generale la convinzione diffusa è che la scelta Opec di prolungare i tagli possa al massimo fornire una base di prezzo sotto la quale non si può scendere, ma è inutile come strumento per spingere i prezzi perché i players americani riescono adesso a rendere profittevoli le loro operazioni già con un prezzo intorno ai 40 dollari. 
Secondo i dati diffusi venerdì scorso dalla società di servizi petroliferi Baker Hughes, il conto delle trivelle attive negli Stati Uniti è salito per la diciannovesima settimana consecutiva, ai massimi dall'aprile 2015, e il sito finanziario MarketWatch riporta oggi stime di Energy Aspects secondo cui nella seconda parte del 2017 grandi operatori americani come Anadarko Petroleum Corp.

o Marathon Oil Corp. incrementeranno la loro produzione di 400,000 barili al giorno, mentre l'ouput dei piccoli operatori indipendenti dovrebbe salire in media di 100,000 barili.

Lo shale non è l'unico problema

Quello americano non è d'altra parte neanche l'unico dei fattori che preoccupano il mercato.
L'altro dato che ha condizionato negativamente i prezzi negli ultimi giorni è la Libia. Esentato dal piano di tagli pur appartenendo al'Opec, il Paese africano ha incrementato ultimamente la produzione ai massimi da ottobre del 2014 grazie alla ripresa delle estrazioni nel suo giacimento principale.

Secondo quanto riferito da Mustafa Sanalla, a capo della compagnia petrolifera libica a controllo pubblico National Oil Corp, l'output libico è cresciuto a 827mila barili al giorno a seguito alla ripresa delle trivellazioni nel campo di Sharara. 

La view di Socgen sui titoli del settore

Si segnala comunque infine che nelle ultime ore gli analisti di Société Générale hanno diffuso un nuovo report di settore, nel quale mostrano una certa fiducia che l'Opec riuscirà alla fine nell'intento di riportare le scorte globali ai livelli medi degli ultimi 5 anni, seppure più lentamente di quanto previsto all'avvio del piano.
In quest'ottica il broker ha adesso riconsiderato raccomandazioni e target price su molti dei principali gruppi del settore. Nella strategia degli analisti francesi merita un acquisto Royal Dutch Shell, cui viene assegnato un target price a 2500 pence, e una valutazione ottimista la banca francese fornisce anche rispetto ai connazionali di Total: in questo caso il prezzo obiettivo viene fissato a 55 euro e SocGen nota che Total scambia a sconto rispetto ai peer, con un rapporto prezzo utile di 12,5 volte nel 2017 e 10,9 nel 2018.
Da comprare infine anche la società norvegese Statoil, coperta dal broker un prezzo obiettivo a 172 corone (rapporto prezzo utile di 16,9 volte 2017 e 15,2 nel 2018 e rendimento della cedola 2017 e 2018 del 4,9%), ExxonMobil (prezzo obiettivo a 105 dollari, dividend yield del 3,8% e p/e che passa da 19,9 volte nel 2017 a 17,9 nel 2018) e la britannica BP, che offre un dividend yeld del 6,6% e scambia con un rapporto prezzo utile di 17,2 volte nel 2017 e 14,8 volte nel 2018.

Una view più cauta viceversa Societe Generale esprime sulle compagnie petrolifere iberiche, la spagnola Repsol (prezzo obiettivo a 16, dividend yield del 5,3%) e la portoghese Galp (target price a 13,90), e anche per l'italiana Eni, per cui viene indicato un fair value a 14,50 euro, a fronte di una quotazione attuale di 14 euro.

La stima sul rendimento della cedola è di un 5,6% nei due esercizi presi in considerazione e la società guidata da Descalzi scambia 88 volte l'utile 2017 e 17,8 quello 2018.

 

Fonte: News Trend Online

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