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giovedì 15 giugno 2017

Doppia stretta: sui tassi e su Trump

Pierluigi Gerbino
 
La giornata odierna rischia di essere di svolta profonda per i mercati, ma anche per il destino degli USA e del mondo.
Ieri non è stata, infatti, una giornata felice per Donald Trump. Il suo 71° compleanno era già stato guastato dal demenziale attentato ad alcuni parlamentari repubblicani da parte di un folle ultrà democratico, che per miracolo ha causato soltanto alcuni feriti, ma ha dimostrato ancora una volta quanto sia pericoloso consentire a chiunque di armarsi legalmente fino ai denti.
Poi, in serata (nella notte europea) è arrivato il clamoroso scoop del Washington Post, che annuncia al mondo che Trump stesso è indagato dal Procuratore Speciale sul Russia-gate Mueller per il reato di ostruzione alla giustizia, lo stesso capo d’accusa che consigliò a Nixon l’8 agosto 1974 di dimettersi da Presidente degli USA per evitare l’onta dell’impeachment.
E’ una notizia clamorosa, che getta un’ombra sempre più pesante sul destino del discutibile Presidente e rischia di seminare lo sconforto anche sui mercati, dato che l’ultima gamba del rialzo effettuato negli ultimi 8 mesi è stato attribuito al “Trump Trade”, cioè alla scommessa sul successo della sua bizzarra politica economica promessa in campagna elettorale, a base di protezionismo, tagli di tasse e spese allegre. Erano già alcuni giorni che il suo entourage era sotto pressione per l’indagine sul Russia-gate e, se gli indizi si sommavano in capo ad alcuni suoi collaboratori, l’opinione prevalente era che il Presidente potesse ancora presentarsi come inconsapevole beneficiario di traffici illegali altrui.
Insomma: come in Italia succede che qualcuno paghi l’acquisto di un appartamento vicino al Colosseo ad insaputa del ministro che lo andrà ad abitare, in USA può capitare un Presidente che vince le elezioni con l’aiuto degli agenti segreti russi a sua insaputa.
La notizia di ieri segna la differenza tra l’Italia e gli USA, quanto a serietà delle indagini che riguardano i potenti. Ma soprattutto precipita il futuro politico del paese più potente al mondo in una inedita situazione di possibile caos. Certo, di caos ne aveva già provocato a bizzeffe il comportamento sopra le righe del Presidente nello svolgimento delle sue funzioni. Ma ora la situazione si complica ancor più.
Mi è molto difficile ipotizzare come i mercati possano prendere oggi la notizia. Anche perché essere indagato non significa ancora essere accusato. Inoltre, se anche si arrivasse all’accusa formale, mancherebbero ancora molti passi giuridici per arrivare alle estreme conseguenze dell’impeachment. Oltretutto la notizia non è ancora confermata, anche se l’autorevolezza della fonte lascia pochi dubbi sulla veridicità dello scoop.
In attesa di capire che cosa succederà dedico un po’ di spazio a due fatti che ieri hanno condizionato i mercati, consapevole che oggi tutto potrebbe essere spazzato via dall’evolversi delle vicende su Trump.
Il primo è il nuovo tonfo del petrolio, ancora una volta, come già la scorsa settimana, in seguito al dato sulle scorte di greggio e derivati in USA superiori alle attese. E’ bastato a portare in negativo gli indici USA e a rovinare la giornata a quelli europei, che sono andati a chiudere in negativo (tutti, tranne il tedesco Dax), una giornata che era stata in certi momenti della mattinata anche molto positiva, con rialzi intorno al punto percentuale. Particolarmente negativo il nostro Ftse-Mib, che ha risentito dell’altalena di speranze e frustrazioni su cui giacciono le banche italiane. A giorni alterni si ipotizza vuoi la necessità di intervento del sistema bancario per effettuare quella ricapitalizzazione preventiva da 1,25 miliardi sulle due banche venete che deve precedere il salvataggio di stato, vuoi un accordo con la Commissione UE che le esenterebbe. Alla debolezza delle banche si è aggiunto il calo dei principali titoli che si occupano di estrazione del greggio. Non sembra ancora essere presa in considerazione dal mercato, dato che il rendimento del BTP e lo spread col Bund continua a scendere,  la svolta politica del Movimento 5 Stelle, che in questi giorni, dopo l’insoddisfacente esito elettorale, sta bruscamente sterzando a destra e cavalca  temi salviniani dell’ostilità all’immigrazione, della sicurezza e della critica all’Unione Europea. I mercati per ora bollano come mero e transitorio populismo elettoralistico questa svolta. Personalmente invece sarei molto più attento alle possibili conseguenze. Se nella primavera del prossimo anno (o prima) si andrà a votare alle politiche con una legge proporzionale che non dà un premio alle coalizioni, e i partiti si presenteranno in ordine sparso, l’esito porrebbe presentarci una possibile alleanza governativa, con una base programmatica proprio sui temi appena citati, tra la Lega e Salvini. La tentazione di dare la spallata antieuropea e xenofoba potrebbe diventare irresistibile, con conseguenze devastanti sul nostro destino politico.
Forse sto correndo troppo con la fantasia, anche se l’ipotesi, a mio parere, diventa sempre meno peregrina col passare dei giorni e l’intensificarsi delle convergenze tra Salvini e Grillo.
L’altro tema della giornata si è consumato a mercati europei chiusi ed è servito a creare un po’ di movimento sugli indici USA, che comunque hanno poi chiuso la seduta intorno alla parità.
Ieri era il giorno della FED, che ha confermato le attese ed ha alzato i tassi di un quarto di punto per la scenda volta nell’anno. Li ha così portati nel range compreso tra l’1% e l’1,25%. Non solo. Il comunicato ha mostrato un polso molto fermo, che non si è lasciato condizionare dai dati sull’inflazione in rallentamento e nemmeno da quelli di una economia USA che fatica a tenere il passo. Dopo un primo trimestre con il PIL deludente, anche nel secondo non mancano indicatori insoddisfacenti, come le vendite al dettaglio di maggio, pubblicate ieri. Inflazione bassa e crescita lenta, che sembrano essere tornati d’attualità, sono il contrario di quel che vede la FED nel futuro americano. Perciò il comunicato  e le parole di Yellen in Conferenza Stampa hanno bollato come transitorie le incertezze contingenti, anche se l’inflazione prevista per il 2017 è stata rivista al ribasso da 1,9% a 1,6%.
Ma questo non basta a far deragliare la FED dalla sua road map verso la normalizzazione. Le previsioni dei componenti del FOMC continuano ad indicare 3 rialzi dei tassi nel 2017 (perciò ne manca ancora uno in autunno), così come anche nel 2018 e nel 2019. A fine 2019 si arriverebbe così ad un livello dei tassi del 3%, che per la FED coincide con il raggiungimento della normalità. La Fed ha inoltre annunciato, pur senza fissare date di inizio, che presto si procederà anche alla riduzione del corposo attivo di bilancio. Tornare alla normalità significa anche ridurre la montagna di titoli obbligazionari, perlopiù pubblici, che negli scorsi anni sono stati accumulati nelle  3 operazioni di Quantitative Easing, che hanno portato l’attivo del bilancio FED dagli 800 miliardi del 2008 agli attuali 4.500 miliardi. L’abbassamento della montagna avverrà molto gradualmente, per non disturbare troppo il mercato obbligazionario, e verrà attuato mediante il mancato reinvestimento dei titoli in scadenza. Cautela, ma direzione chiara e nervi saldi, senza guardare troppo il singolo dato.
Tutto sommato questa chiarezza ai mercati non dispiace. Infatti, dopo una scivolata all’annuncio del rialzo, le parole di Yellen hanno richiamato i compratori e riportato gli indici Usa sulla parità, o quasi.
Ma oggi bisogna metabolizzare la notizia bomba dell’accusa a Trump.

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