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giovedì 15 giugno 2017

Bond oggi: sfiorata la tempesta perfetta nel giorno della Fed

Lorenzo Raffo
 
Ieri, a un certo momento, si è temuta la tempesta perfetta: di fronte a un petrolio in forte ripiegamento e a Treasuries in netto calo di rendimenti, proprio poco prima dell’annuncio di aumento dei tassi dello 0,25% da parte della Fed, con una situazione alquanto contradditoria, c’è chi ha temuto che la Yellen fosse pronta a rinunciare al rialzo. Poi si è tirato il fiato, ma l’entusiasmo è stato contenuto. Il decennale Usa è così crollato, nell’arco di poco, dallo “yield” del 2,20% all’incredibile 2,105%, per risalire verso il 2,15% e chiudere sul 2,136%. Soltanto qualche mese fa lo si aspettava al 2,5%.
Troppe incertezze
I motivi di un contesto così confuso sono numerosi:
  • Le aspettative di inflazione dei mercati risultano minori rispetto a quelle della Fed, la quale cerca di spingerla verso l’obiettivo del 2%, malgrado riconosca che ci sta arrivando con difficoltà: nel 2017 l’attende al +1,6%, in calo dello 0,3% rispetto alle previsioni iniziali.
  • Ne consegue che le ipotesi di successivi rialzi dei tassi si sono attenuate, nonostante la Yellen si sia dimostrata aggressiva sotto questo profilo, confermando un altro scatto quest’anno e (forse) tre nel 2018. Nella conferenza stampa post-annuncio è apparsa però incerta in merito, insistendo troppe volte su quel target inflattivo che non arriva e dando l’impressione di una Fed intenzionata a trainare invece che a seguire. Questo ai mercati non è proprio piaciuto.
  • Il crollo del petrolio fa temere impatti di medio termine sul rialzo dell’inflazione, sebbene la Fed giustifichi la volatilità delle ultime settimane con motivi derivanti da riduzione dei prezzi di servizi telefonici e medicinali.
Un altro motivo di dubbio viene dal sospetto che gli scatti futuri dei tassi riavvicinino il debito Usa a quel tetto che richiede interventi correttivi da parte della politica. Già, proprio la politica! Trump infine sembra intenzionato a non riconfermare la Yellen a inizio 2018. Lui vuole tassi bassi e il mercato prezza quest’eventuale evoluzione. 
Il dollaro va su e giù
L’unico vero segnale è venuto così dal biglietto verde, salito quasi a quota 1,13 contro euro (ai minimi degli ultimi nove mesi) prima dell’annuncio Fed per poi ridiscendere su 1,122. Un nuovo rafforzamento è quanto osteggia la Presidenza Usa, alla ricerca di quei livelli a 1,15 o addirittura 1,20 di cui parlavano molti analisti a fine 2016 come possibili target di medio periodo. In un quadro così complesso, per il piccolo e medio investitore si aprono due strade:
  • o credere alle intenzioni della Fed, decisamente improntata a una politica monetaria restrittiva, il che comporta acquisto di bond a tasso variabile (ne abbiamo scritto ieri) con potenziale consolidamento del dollaro;
  • o allinearsi al sentiment del mercato, molto più propenso alla scelta di restare collocati sui tassi fissi. Con un motivo però di perplessità: in questo caso bisognerebbe hedgiarsi sulla valuta statunitense, il che non appare giustificabile in base alla mini reazione rialzista di ieri sera. 
Insomma l’insicurezza è tanta, i numeri contradditori e perfino le dichiarazioni dei big della finanza spesso improntate più alla diplomazia che a un’analisi imparziale di quanto sta accadendo. Oltre ai pasticci politici di Trump ora ci si mette quindi la Fed, con i suoi balbettii. Così alla fine i mercati credono più ai numeri che alle buone intenzioni e rassicurazioni della Yellen. Sfiorando di poco una tromba d’aria dai danni imprevedibili. 

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