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giovedì 11 maggio 2017

Vecchie e nuove soluzioni per il salvataggio di Alitalia

Enzo Russo
 
Il Prof. Augusto Fantozzi – in una intervista al Corriere della Sera del 28 aprile scorso – ha lanciato l’idea di un prestito obbligazionario per salvare Alitalia (Stoccarda: 2278962.SG - notizie) . Le obbligazioni sarebbero state emesse dal governo e i fondi ricavati sarebbero stati girati all’azienda. Se alla scadenza l’Alitalia non fosse stata in grado di restituire i fondi, le obbligazioni sarebbero state convertite in azioni. Si sarebbe trattato quindi di un intervento diretto dello Stato che, solo in via subordinata, si sarebbe tradotto in un ingresso dello Stato nel capitale dell’azienda, alias, partecipazione statale. Come noto, il governo, con il decreto legge 2-05-2017 n. 55, ha scartato quest’ultima ipotesi e ha nominato non uno ma addirittura tre commissari per cercare soluzioni di mercato ma, nel frattempo, ha dovuto prevedere un prestito ponte di 600 milioni per assicurare la operatività di breve periodo. Il governo ha scelto la strada del commissariamento che con la nazionalizzazione sono ritenute inefficaci da parte del prof. Fantozzi che vanta una certa esperienza diretta al riguardo. Non risolutive perché “il commissariamento costa caro agli italiani con la svendita degli aerei, l’amministrazione straordinaria, la perdita di valore dei beni. E la nazionalizzazione avrebbe costi diretti importanti”.
E’ chiaro che se non si vuole una vera e propria nazionalizzazione della compagnia – come lo ha ribadito il governo – bisogna percorrere altre strade innovative. Restano i dubbi circa la natura di aiuti di Stato di questi interventi. Sappiamo che la Commissione europea gestisce la relativa normativa con criteri molto restrittivi che danneggiano in modo particolare le aree periferiche dell’Unione.
La variante qui proposta potrebbe essere quella di coinvolgere direttamente i lavoratori dipendenti della stessa società prevedendo un accordo sindacale secondo cui non sarebbero previsti tagli al salario, ma una quota del salario da concordare sarebbe trattenuta dall’azienda che assegnerebbe ai dipendenti obbligazioni convertibili o direttamente azioni proprie. In questo modo, i lavoratori dell’azienda sarebbero direttamente interessati al loro futuro all’interno dell’azienda. Come noto, si tratta di un modello che in altri settori ha consentito e consente il salvataggio di case editrici e di altre aziende in molti casi trasformandole da società di capitali in cooperative. Ed è noto anche che in questa fase di incertezza sul futuro dell’azienda molti piloti e altro personale qualificato hanno cominciato ad andarsene di loro iniziativa passando ad altre aziende del settore e causando un impoverimento del capitale umano.
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) settore pubblico vero e proprio posso citare l’esperienza del 1976 quando la contingenza fu pagata ai dipendenti pubblici con l’emissione di Buoni poliennali del Tesoro che i lavoratori dovevano trattenere con per un certo periodo. Allora si trattò di un prestito forzoso a cui fece ricorso il Governo Andreotti appoggiato in Parlamento anche dal PCI, con la legge n. 797/1976 sulla base della quale gli incrementi della contingenza furono pagati mediante BTP al portatore. In questo caso, si tratterebbe di un prestito volontario e/o negoziato tra l’azienda e i suoi dipendenti.
Idee analoghe furono prospettate in Italia in un altro momento di grave crisi finanziaria nel 2011-12 e qualcosa di simile è stato fatto in Portogallo nel 2013. Allora si discutevano ipotesi di grosse trattenute sul salario, oggi si potrebbe prevedere una quota più o meno equivalente ai tagli concordati nell’accordo poi respinto dal voto dei lavoratori al referendum.
Oggi nel quadro delle nuove relazioni industriali potrebbe essere sufficiente un accordo sindacale perché sarebbero i lavoratori che “presterebbero” soldi all’azienda (rectius: ridurrebbero il fabbisogno di liquidità dell’azienda contribuendo ad assicurare la sua operatività in questa delicatissima fase di transizione al momento risolta con risorse messe a disposizione dal governo.
Quello proposto in prima approssimazione sarebbe analogo al prestito sociale che i soci cooperatori fanno alle loro cooperative con il c.d. prestito sociale. È chiaro che il meccanismo proposto non sarebbe risolutivo di casi gravissimi come quello dell’Alitalia ma potrebbe costituire un precedente emblematico di partecipazione, corresponsabilizzazione e controllo diretto dei lavoratori. Se è vero quello che dice il prof. Fantozzi che “i dipendenti e i dirigenti, anche al top, non si sono mai sentiti veramente coinvolti nella missione di far funzionare la linea aerea”, quella qui proposta potrebbe essere una strada da percorrere.
Come titolari di obbligazioni convertibili, subordinate e/o di azioni vere e proprie i lavoratori avrebbero diritto a nominare uno o più rappresentanti nel consiglio di amministrazione o di vigilanza dell’azienda. A me non sembra peregrina l’idea delle obbligazioni subordinate analoghe a quelle emesse dalle banche se considero che banche e società di trasporto svolgono servizi pubblici essenziali che devono essere gestiti in condizioni di massima efficienza e rispettando livelli standard delle prestazioni. Sarebbe una forma di cogestione parziale che potrebbe avviare un nuovo modello sull’idea dell’impresa privata come comunità di interessi e destino e, magari, ponendo fine alle polemiche mediatiche sulle presunte colpe dei lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali accusati di avere contribuito a mandare in rovina l’azienda. Si tratta di vedere se i lavoratori sono pronti ad accettare una simile sfida.
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