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mercoledì 10 maggio 2017

Riflettori puntati sul minimo record del Vix

Giuseppe Sersale
 
Comprensibilmente, il minimo record del Vix ha trovato ampio spazio sui media finanziari oggi. D’altronde, come riportato da Deutsche Bank (IOB: 0H7D.IL - notizie) , la chiusura di ieri sera dell’indice che misura la volatilità implicita delle azioni dell’S&P 500, a 9.77, è la più bassa dal dicembre 1993, e delle 6889 sedute in cui è questo stato calcolato, la quarta più bassa in assoluto. Le chiusure sotto 10 punti sono in tutto 10, di cui 5 nello scorso millennio (4 nel ’93, 1 nel 94, 3 nel 2006, e 1 nel 2007 più ieri).
Naturalmente, la volatilità implicita bassa non è confinata all’azionario US, sebbene sia qui che si segnano i record. Il V2X, omologo europeo del Vix, galleggia intorno ai minimi dell’anno, il CVix, indice di Deutsche Bank che misura la volatilità dei cambi,è crollato ai minimi da ottobre 2014, mentre il Move, calcolato da Barclays (Londra: BARC.L - notizie) , che misura quella sui treasuries, segna i minimi da dicembre 2014.
Ne è un mistero il motivo per cui i vari assets prezzano una volatilità futura cosi bassa. La volatilità realizzata è stata bassissima negli ultimi mesi, il che ha reso in media un pessimo affare puntare a robuste oscillazioni dei mercati e un ottimo affare incassare premi puntando sulla loro stabilità.
Chiaramente, queste ricostruzioni statistiche ha senso farle nella misura in cui offrano indizi sulle performance future degli asset. In questo senso, dati alla mano, sembra che nel breve si possa stare relativamente tranquilli. Letture estremamente basse del Vix raramente conducono in tempi brevi a violente correzioni, ed in generale le fasi di bassa volatilità tendono a mostrare persistenza e a svanire gradualmente.
Peraltro, trattandosi di evenienze alquanto rare, non è che il campione sia cosi significativo da permettere l’elaborazione di una probabilità cosi definita, anche perchè le condizioni in cui questi casi si verificano possono differire di parecchio.
A parte ciò, personalmente osservo che il livello assoluto di questi indici non deve distrarre eccessivamente dalla durata della fase di volatilità bassa e dalla sua coralità tra gli assets. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) caso dell’ S&P, questa fase si protrae da un bel po’, con l’indice che non vede una correzione superiore al 3% da oltre 6 mesi e una superiore al 5 da oltre 10 (Brexit). Livello, durata e coralità di questa price action (anche la volatilità sul credito è ridottissima) sembrano indicare che una qualche forma di correzione di quest’eccesso, se non imminente, non possa distare più di qualche mese.
Alla fine le fasi eccessivamente tranquille pongono i prodromi per quelle agitate, e viceversa (vedi l’anno scorso di questi tempi o poco prima).
In questo mare di tranquillità, un isola di volatilità è costituita dai mercati locali cinesi e dalle commodities. Nell’ambito di una seduta asiatica dal clima incerto, Shanghai ha recuperato le perdite iniziali, ma non è riuscita a staccarsi dai minimi semestrali. Il fatto è che  continua il flusso di misure di controllo messe in campo dalle autorità sul settore finanziario. Mentre la PBOC ha nuovamente saltato le operazioni di rifinanziamento, drenando liquidità, il regulator bancario ha accentuato i controlli sul collaterale utilizzato nell’interbancario. Apparentemente il regulator ha dichiarato che il collaterale “deve esistere”,  il che la dice lunga sul lassismo vigente nel sistema finanziario cinese.
Più frizzante di ieri invece in mattinata l’azionario continentale, senza catalyst degni di nota a mio modo di vedere. Sul fronte macro, inifluente la produzione industriale tedesca di marzo, che è scesa meno delle attese ma con revisione al ribasso del dato di febbraio. Decisamente più brillante la bilancia commerciale tedesca, con le esportazioni sopra attese che chiudono il primo trimestre del 2017 con un +2.8%. Positivo per il GDP tedesco in uscita venerdi, ma anche un indice di quanto sia fondamentale la domanda globale per il ciclo tedesco.
Generalmente sottotono, ma con una persistente tendenza della periferia a sottoperformare, il mercato dei bonds europei. Tiene banco la possibilità di un (lievissimo) inasprimento della stance FED.
Nel pomeriggio buone notizie anche in US, con lo small business optimism NFIB che resta su livelli eccezionalmente elevati a marzo (104.5 da 104.7 di marzo e vs attese per 104), e i job openings che continuano a permanere sui massimi. Le scorte all’ingrosso sopra attese di marzo condurranno a possibili revisioni al rialzo del dato sul GDP del primo trimestre.
Complice una Wall Street indecisa, i mercati europei in chiusura di seduta sono tornati ostaggio di prese di beneficio, che ne hanno ridotto la performance. Le vendite si sono concentrate sul settore bancario, senza motivi apparenti se non l’incombere di trimestrali eccellenti sui nomi italiani, e ulteriori prese di beneficio su quelle francesi.
Sul fronte cambi, un dollaro insolitamente in forma, all’indomani di quello che doveva essere l’ultimo risk event europeo per un po’ di tempo. A favore del biglietto verde la salita dei rendimenti in particolare sul 2 anni, con la curva US che, coi dati che migliorano un po’ e il rischio politico europeo svanito nel breve, si avvicina un po’ allo scenario FED. Il differenziale di rendimento con i rispettivi bucket delle curve europea e giapponese offre supporto contro € e Yen, mentre le commodities deboli gravano su alcuni emergenti o commodity exporters.
Parlando di commodities, è strano notare come la retorica bellicosa dell’OPEC (il cartello starebbe considerando un estensione del freeze a 9 mesi o oltre) non ha offerto un significativo supporto al petrolio. Come già accennato i giorni scorsi, sospetto che se la musica non cambia su Cina e commodities, gli investitori finiranno per mettere maggiormente in discussione lo scenario di reflazione globale.
Sul fronte tecnico lo sviluppo più rilevante avviene sull’S&P 500, con l’indice che sta attaccando la resistenza posta al livello del massimo di inizio marzo (2.400 punti). In tempi brevi dovremmo capire se siamo in presenza di un breakout con un target di 100 punti, oppure di un progetto di doppio massimo.

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