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lunedì 15 maggio 2017

Previdenza complementare, più 7,7% ma ci pensano ancora in pochi


Secondo i recenti numeri di Bankitalia, gli italiani sono un popolo di risparmiatori. (Getty)
Le pensioni del futuro saranno sempre più da fame. Integrare la pensione pubblica, quindi, diventa una necessità per garantirsi un tenore di vita decoroso anche durante la vecchiaia. Eppure in Italia sono ancora molti i lavoratori che ignorano a quanto ammonterà l’assegno che percepiranno quando smetteranno di lavorare. Insomma, per gli italiani la previdenza è ancora al buio.
Secondo i recenti numeri di Bankitalia, gli italiani sono un popolo di risparmiatori. Certo, non tutti riescono a mettere da parte qualcosa a fine mese, ma sui conti correnti e libretti di risparmio postali, a febbraio, si è raggiunta la cifra record di 1428 miliardi. Soldi che non generano alcun guadagno, considerando che i tassi dei conti corrente sono pari a zero.
Nel 2016 sono aumentati gli investimenti nella previdenza complementare: i dati Covip dicono che che il tasso di chi ha aperto un fondo pensione completare è aumentato del 7,7 per cento, con un incremento di 557mila iscritti. Numeri ancora poco significativi, però, dovuti alla scarsa consapevolezza della possibilità e necessità di destinare parte delle entrate mensili ad un piano pensionistico. Il bisogno è reale, ma quale forma scegliere? Ci sono diverse possibilità.
Nel 2016 sono aumentati gli investimenti nella previdenza complementare: i dati Covip dicono che che il tasso di chi ha aperto un fondo pensione completare è aumentato del 7,7 per cento.
Per prima cosa occorre distinguere tra Fondi negoziali chiusi, previsti solo per alcune forme di lavoratori, Fondi aperti, offerti da banche e assicurazioni, e polizze Pip, promosse soprattutto da agenti e assicurazioni, ma anche dalle banche. In comune tutte queste forme di previdenza pensionistica hanno gli investimenti in azioni, in obbligazioni e titoli di Stato, oppure un mix di questi strumenti.
L’orizzonte temporale è molto ampio, si tratta di investimenti che lavorano su diversi decenni. La componente in azioni può idealmente garantire maggiori guadagni, ma comporta anche più rischi. Nel 2016, i fondi negoziali e i fondi aperti hanno reso in media, rispettivamente, il 2,7 e il 2,2 per cento. I Pip “nuovi” di ramo III hanno fatto un +3,6 per cento.

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