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lunedì 15 maggio 2017

Il petrolio sale in vista del 25 maggio. Le previsioni

L’Arabia Saudita e la Russia hanno deciso di fare tutto il possibile per riuscire a salvare le sorti del mercato del petrolio. Per questo motivo hanno già deciso di prorogare fino al marzo del 2018 il taglio concordato a fine 2016.

La scelta per combattere il crollo dei prezzi

Evidentemente le due nazioni, in cima alla lista dei maggiori produttori di greggio al mondo visto che Ryad è il numero uno degli esportatori e Mosca dei produttori, sulla scia del famoso “'whatever it takes” che a suo tempo pronunciò il governatore della Bce Mario Draghi, avranno pensato che se nel 2012 fu utile per salvare di fatto l’euro potrebbe tornare utile anche per riequilibrare il mercato petrolifero.

Un’idea che finora ha dato risultati poco apprezzabili, il che potrebbe aver spinto i rappresentanti arabi e e russi a sfruttare la strategia sul lungo periodo (come appunto ha scelto di fare, con il QE anche la Bce), in attesa di risultati nel prossimo futuro. Infatti i primi mesi del 2017 non pare abbiano regalato una spinta particolarmente forte al greggio, che ha oscillato intorno ai 50 dollari al barile, dollaro più dollaro meno, senza mai trasmettere la sensazione di voler arrivare all'ambizioso target dei 60.

Le previsioni si dividono tra chi, in pieno ottimismo, guarda alla stagionalità, solitamente favorevole entro i primi due,tre trimestri dell'anno, e chi, invece, dopo un rally dettato più che altro dall'euforia intorno alal conferma ufficiale dell'accordo che avverrà il 25 maggio, fa notare che le probabilità di una nuova debolezza e di una quotazione che potrebbe arrivarea anche 30 dollari, sono molto alte.
Il ragionamento dei pessimisti parte dal fatto che il rialzo dei prezzi in concomitanza con il prossimo meeting, aattiverà nuovamente la produzione Usa con aumento della disponibilità di materia prima e, qundi, con un calo delle quotazioni il che, a sua volta, creerà tensioni all'interno dell'Opec mettendo pèerciò a rischio l'effettiva tenuta dell'accordo. 
Intanto le attenzioni si spostano tutte verso la data del prossimo meeting Opec, il 25 maggio durante il quale (queste almeno sarebbero le speranze del mercato) dovrebbero venire confermate le decisioni prese nell’ultimo incontro di novembre del 2016 con cui i membri dell’Organizzazione dei paesi produttori decisero una serie di tagli da 1,8 milioni di barili, divisi tra i 600mila a carico delle nazioni esterne all’organizzazione e il milione e duecentomila invece sulle spalle dell’Opec.

Un accordo che è stato salutato, nei mesi scorsi, con il massimo entusiasmo possibile dal momento che fino ad allora le quotazioni si erano mosse solo ed esclusivamente sull’onda di voci, promesse e speranze con dichiarazioni ondivaghe e timori repressi.

I nuovi equilibri

L’accordo di novembre, infatti, rappresentava la conferma, nero su bianco, della volontà comune da parte anche delle nazioni esterne, un primato duplice che riconosceva contemporaneamente non solo il potere di Russia&Co nell’andamento delle quotazioni, ma anche l’autorevolezza che avevano raggiunto politicamente, tra i grandi protagonisti del settore.

Eppure, nonostante questo, in pochi affidavano ai tanto decantati tagli, le speranze di una ripresa effettiva e costante dei prezzi del barile: nonostante i provvedimenti storici, infatti, i traguardo dei 60 dollari non è mai stato raggiunto ed attualmente il petrolio sta viaggiando tra i 52 dollari del Brent e i 49 del WTI, entrambi in rialzo rispettivamente del 2,4% e del 2,3%.
Il primo, vero, grande nemico è infatti ancora lui, lo shale oil statunitense che, dopo il crollo del 2014 ha visto uno sfoltimento degli attori sulla scena; a restare ancora operativi sono stati gli operatori più grandi e, come prevedibile, quelli in grado di adattarsi alle nuove regole di un mercato estremamente più competitivo.

Infatti, grazie anche al potenziamento delle tecnologie che hanno migliorato la resa di ogni singolo giacimento, è possibile, per alcuni produttori Usa, essere competitivi già con un barile a 30 dollari. Il mercato, e soprattutto gli operatori, dovrà riuscire a capire quali equilibri si avranno nel prossimo futuro visto che, stando a quanto pubblicato da Reuters, i membri Opec avrebbero in mano un’intesa di massima per prolungare di nove mesi gli accordi di novembre in scadenza a giugno.

 
Fonte: News Trend Online

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