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giovedì 25 maggio 2017

E' il giorno dell'Opec, ma in pochi ci credono


Il giorno dell’Opec e della conferma, con ogni probabilità, dei tagli già concordati a novembre del 2016. Tagli che non offrono carburante al rally del barile visto che il Brent non supera i 53,65 dollari al barile in calo di 0,57%, mentre il Wti fa anche peggio con un -0,9% fermandosi a 50,9 dollari. 

Le certezze del mercato

Queste, al momento, le poche certezze dei mercati che si affidano non solo all’organizzazione dei paesi produttori, ma anche a membri esterni, invitati all’evento, e che già nei mesi scorsi hanno partecipato alle misure di riduzione della produzione.

Una strategia che nasce dalla speranza, finora molto flebile, di poter riequilibrare gli scompensi dati dall’iperproduzione Usa di shale oil. I primi target che trapelano dalle indiscrezioni, parlano di un prolungamento dei tagli di altri 9 mesi, questo perché il mercato riuscirà a trarre beneficio dalle misure solo sul lungo periodo.
Questa, almeno, la convinzione degli esperti, che contrasta con i dubbi degli investitori i quali hanno da tempo assunto un atteggiamento di generico scetticismo verso la ripresa delle quotazioni. Infatti sul barile si è creato un gioco perverso nato proprio con la chiusura a novembre dell’accordo sui tagli e rafforzatosi in seguito, con il rispetto delle quote previste per ogni paese.

Cosa è successo?

Il mercato, dopo aver constatato l’effettivo rispetto degli accordi, ha vissuto un momento di euforia che ha portato al rialzo i prezzi ed attirando l’interesse dei produttori Usa, soprattutto i più piccoli, i quali avevano abbandonato il campo proprio perchè per loro non conveniva estrarre una materia prima che valeva meno di quanto costava.
Il trend è proseguito sulla scia dell’attesa per la conferma dei tagli: numeri alla mano la settimana scorsa la produzione Usa ha toccato i 9,32 milioni di barili al giorno con un saldo da inizio anno pari a +550mila barili l’anno, ovvero circa un terzo dei tagli Opec decisi e, con ogni probabilità, confermati da qui a breve.

Ma il problema non è solo Usa. Due nazioni interne all’Opec ma che erano rimaste fuori dall’accordo, Nigeria e Libia, stanno aumentando la loro produzione mentre l’Iraq uscirà dalla strategia di manutenzione anticipata dei pozzi che ha permesso di mettere in stand by una parte dei giacimenti, facendo rientrare nel tetto stabilito, la quota del paese.
Il tutto senza dimenticare che le stime di crescita globale e, quindi, di domanda di petrolio, potrebbero essere riviste al ribasso proprio su quei fronti, come India, Cina e Turchia, che inizialmente erano invece visti come possibili punti di crescita. Di pronte a tutte queste incognite è comprensibile come gli stessi analisti non siano in grado di azzardare previsioni sul futuro delle quotazioni del greggio.

Un range ipotizzabile, considerando i pro e i contro, si aggira tra i 50 e i 55 dollari, secondo la view degli ottimisti che vedono un punto a favore nel calo di 12 milioni di barili delle scorte statunitensi da metà aprile e condizioni meteo sfavorevoli in estate nelle zone di estrazione, il che permetterebbe un rallentamento provvidenziale dei lavori; uno scenario che contrasta con quello più bearish di chi invece pensa all’azione dello shale oil sempre pronto a rimpiazzare ogni deficienza Opec e, soprattutto, ad approfittare del possibile aumento dei prezzi, anche grazie ad una tecnologia che non solo ha permesso di ottimizzare la resa ma anche di adottare dinamiche di lavoro particolarmente flessibili. 


Fonte: News Trend Online

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