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lunedì 22 maggio 2017

Draghi sotto assedio

Emanuele Canegrati
Draghi sotto assedio
Non è un momento facile per il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. La sua politica monetaria ultra-espansiva passerà alla storia, forse, come la più controversa, la più criticata o la più apprezzata. Solo il tempo lo dirà. Certamente il banchiere italiano si è trovato a presiedere la banca nel momento più difficile della storia europea, dal secondo dopoguerra in poi. Eppure, l'eccezionalità del periodo storico che egli ha dovuto affrontare, cercando di garantire la tenuta dell'euro e la stabilità dei mercati finanziari, non gli è valsa per nulla come attenuante agli occhi dei paesi del Nord, che, con il passare degli anni, lo hanno sempre più visto come un nemico, additandolo in varie sedi come il distruttore del risparmio tedesco, delle banche, dei fondi pensione. Un illusionista che stampa moneta, così come il pusher vende la droga. Nonostante la politica dei bassi d'interesse abbia contribuito ad abbassare il rapporto di cambio dell'euro, favorendo così l'export tedesco, fino a far raggiungere alla Germania un surplus commerciale da record, Draghi non ha mai goduto di nessun riconoscimento.
Basta recarsi in Germania o in Olanda, tanto per fare due esempi concreti, per toccare con mano la profonda ostilità con la quale Draghi è visto dalle elites e dai semplici cittadini della mittel Europa. Un risentimento che negli anni più acuti della crisi è stato frenato soltanto dalla consapevolezza, da parte dei paesi nordici, che una politica monetaria particolarmente espansiva potesse servire anche alle loro economie, in un momento storico nel quale nulla era scontato. Poi, con il miglioramento della situazione economica generale e il rifiorire dell'inflazione, l'ostilità ha toccato picchi mai registrati prima. L'immagine dei parlamentari olandesi che regalano al banchiere italiano un tulipano, quale gesto (ironico) per ricordargli la prima bolla speculativa della storia della finanza e il rischio che una nuova bolla, ai loro occhi causata proprio dalla politica monetaria della BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) , stia per scoppiare, è emblematica per sintetizzare fino a che punto sia arrivato lo scontro.
E' ormai certo che, complice le imminenti elezioni tedesche, nella prossima riunione di giugno, la BCE annuncerà la sua exit strategy dal quantitative easing e dalla politica di tassi a zero, o sottozero, che avverrà quasi sicuramente il prossimo autunno. I presupposti economici ci sono tutti: il tasso di crescita del Pil dell'Eurozona viaggia oramai su livelli normali e l'inflazione è in forte crescita, attestandosi, in alcuni paesi, oltre la soglia obiettivo del 2%. Anche in Italia, seppur in tono minore, la ripresa è in atto.
Perché allora Draghi si ostina a ripetere che quanto osservato nell'economia dell'area euro non è ancora sufficiente per giustificare il restringimento della politica monetaria? Il motivo è, e purtroppo può essere solo quello, la paura che un rialzo dei tassi di interesse e la cessazione del programma di acquisto dei titoli di stato, aumenterà i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto quelli degli stati meridionali, mettendo a rischio la sostenibilità del loro debito pubblico.
L'Italia è ovviamente la prima a rischiare e Draghi ne è, ovviamente, consapevole. Con il secondo debito pubblico più alto d'Europa, che, tra le altre cose, continua ad aumentare anziché diminuire, la mancata attuazione di quelle riforme che Draghi ha sempre invocato, consigliando all'Italia di sfruttare il clima finanziario favorevole, e che mai hanno preso davvero piede, l'uscita dal Quantitative Easing potrebbe essere foriera di un ritorno dello spread e di un aumento della componente interessi sul debito quantificabile in diversi miliardi di euro l'anno. Un aumento che potrebbe mettere a rischi gli obiettivi di deficit del Governo.
In Germania, i giornali locali, a partire dallo Spiegel, danno ormai per scontata la candidatura di Hans Weidmann, attuale presidente della Bundesbank, alla ambita poltrona da numero uno della BCE. Alla candidatura ci starebbe lavorando Angela Merkel in persona. Nei giorni scorsi, lo stesso Weidmann ha usato le ennesime parole di fuoco contro Francoforte, affermando che "la BCE non può escludere i tedeschi" dal novero dei papabili alla successione. La posizione di Weidmann su Euro, paesi mediterranei e consolidamento dei debiti europei è nota a tutti da tempo. Il falco per definizione non intende fare concessione alcuna alle "cicale" del sud Europa, rei di spendere i soldi derivanti dal risparmio delle formiche nordiche. Quanto ai tassi di interessi negativi, essi sono visti, nella cultura tedesca, alla stregua di una arma di distruzione di massa del risparmio privato, un viatico per l'aumento dell'inflazione, il nemico storico del popolo tedesco, che ancora si ricorda cosa successe al paese ai tempi della grande iperinflazione che culminò con l'ascesa al potere di Adolf Hitler. Tutto questo considerato, sarebbe auspicabile che il Governo italiano cominciasse seriamente a pensare che nei prossimi mesi la situazione finanziaria per l'Italia potrebbe volgere decisamente verso una situazione molto difficile.

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