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giovedì 11 maggio 2017

Comey licenziato: i mercati snobbano la notizia?

A giudicare dalla reazione dell’azionario (in particolare US) e del $ alla notizia del licenziamento, da parte di Trump, del direttore dell’FBI Comey, non sembra che i mercati prezzino un ammontare elevato di capitale politico per l’amministrazione US.
La mossa ha scatenato violente reazioni al Congresso, non solo da parte Democratica (vedi Mc Cain), e alimentato accuse di rimozione politica alla Nixon , in considerazione del fatto che l’FBI stava conducendo un indagine sulle eventuali interferenze russe nelle presidenziali US.
Personalmente, la reazione indifferente degli asset non mi stupisce troppo.

Mi pare evidente che negli ultimi mesi il mercato ha fatto il callo alle uscite estemporanee del Presidente. Ciò detto, osservo che le ricadute della questione sui rapporti con i Democratici e quelli interni al Partito Repubblicano non sono da sottovalutare. Un possibile scontro sulla nomina del successore e sul  destino dell’indagine rischia di complicare parecchio il resto dell’agenda del Congresso, che come noto comprende, su per giù nei prossimi 6 mesi, l’approvazione definitiva della riforma sanitaria (ancora da votare al Senato), la determinazione delle fondamenta della riforma fiscale (i cui dettagli sono per il momento contenuti in una singola pagina), l’innalzamento del Debt Ceiling, e l’approvazione del budget 2018.

Nella migliore delle ipotesi potremmo assistere ad uno slittamento delle questioni non vincolanti.
La seduta asiatica ha avuto un andamento contrastato. La pubblicazione dei dati sui prezzi di Aprile in Cina ha evidentemente fornito ulteriori motivi di preoccupazione ai locali, visto che in chiusura Shanghai ha segnato i nuovi minimi da metà ottobre.
Se il CPI ha segnato un incremento (1.2% da prec 0.9% e vs attese per 1.1%), il PPI ha corretto più delle attese (+6.4% anno su anno da prec +7.6% e vs attese per +6.7%). Sembra evidente che il calo delle commodities comincia a impattare sui prezzi alla produzione cinesi. Deutsche bank ha messo in rilevo l’elevatissima correlazione tra la variazione anno su anno del paniere di commodities e il PPI cinese, e ha osservato che una stabilizzazione delle commodities sui livelli attuali sarebbe sufficiente a riportare PPI in negativo entro fine anno.
Si tratta di un fenomeno da monitorare con estrema attenzione, visto l’impatto dell’accelerazione dei prezzi alla produzione in Cina sulle attese di reflazione globale.
A parte ciò, continua anche oggi l’attività di contenimento dei rischi finanziari da parte delle autorità.

Oggi il regulator ha lanciato un ispezione sull’attività di raccolta di risorse finanziarie da parte dei brokers, tra i principali driver della recente crescita dello Shadow Bankingg System. Sembra sempre più evidente che le autorità, dopo aver stimolato la crescita fino a ottenere il superamento del target ufficiale (da parte delle statistiche ufficiali), vogliono mettere un po’ di ordine in vista del Congresso.
Ciò avrà sicuramente un impatto sul ciclo cinese.
La domanda è: di che entità? Direi che anche se è presto per suonare allarmi, la cautela è d’obbligo.
Venendo alla seduta europea, non è che ci sia granchè di cui parlare. I primi 2 giorni della settimana non hanno apparentemente esaurito il consolidamento post elezioni francesi.

Complice un po’ di nervosismo per come Gli USA avrebbero preso le news su Comley (la notizia è arrivata un paio d’ore dopo la chiusura di Wall Street), gli indici hanno oscillato poco sotto la parità, mentre il rialzo dei rendimenti e degli spread periferici si è preso una pausa.
nemmeno il $ ha mostrato di accusare in alcun modo la turbolenza politica US. Un mix di retorica FOMC ( esempio *FED’S ROSENGREN: THREE MORE RATE HIKES IN 2017 IS `REASONABLE’ ) e movimenti relativi della curva dei tassi gli ha offerto un moderato supporto contro € e Yen, mentre un po di respiro sulle commodities (in particolare il petrolio, sospinto da scorte in calo) ha ridato fiato alle divise emergenti e degli esportatori, contenendo l’effetto in termini di dollar index.
Sul fronte macro, ben sopra attese la produzione industriale france se di marzo, che recupera il febbraio mediocre, e buona quella italiana, leggermente sopra stime.

Di scarso rilievo i dati US, con i prezzi all’importazione di aprile sopra attese.
Troppo poco per scuotere i mercati, che anche oggi non sembrano voler terminare la serie di  chiusure marginali (nelle ultime 10 sedute, solo venerdi scorso l’S&P ha messo a segno un movimento superiore a +/- 0.2%).
Dal punto di vista tecnico, l’assenza di impeto osservata ieri durante il temporaneo superamento della resistenza in area 2.400 punti non sembra uno sviluppo invitante. Detto ciò, sta scritto “never sell a dull market”.
Quindi, attendiamo la risoluzione in un senso o nell’altro dello scenario, senza far previsioni.
Nel week end scorso è stata pubblicata la Loan Officer Survey dell Fed del secondo trimestre.

Le risultanze mostrano un easing dei lending standards alle aziende, mentre quelli verso il commercial real estate si sono ulteriormente inaspriti.
L’aspetto più controverso riguarda però la domanda di credito che è scesa sia dalle aziende, che dai privati, in particolare su auto loans (qui nessuna sorpresa) e credit cards.
Circa la domanda di loans C&I (commercial & industrial), i dati non sono esaltanti, ma si sa che sono “laggard”.

Tra il decidere un investimento e ottenere il finanziamento possono passare trimestri e quindi si può sostenere che l’accelerazione ciclica è troppo giovane per generare flussi. Sui consumi il discorso vale un po’ meno, perchè gli iter sono meno lunghi, e comunque le risultanze della survey collimano con quanto si è effettivamente notato recentemente (vedi il GDP del primo trimestre).
In altre parole la Survey FED non è di ostacolo alla teoria di un accelerazione degli investimenti, ma risulta assai più coerente con il livello dei consumi indicato dai dati reali che non con quello implicito nelle survey di consumer confidence.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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