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mercoledì 17 maggio 2017

Ancora in calo il petrolio per colpa dei soliti noti


Il petrolio perde terreno. Attualmente le quotazioni vedono un barile che arriva per il Wti 48 dollari mentre per il Brent è a 51,27 dollari, bruciando così gli entusiasmi, peraltro mai particolarmente forti, in attesa del prossimo vertice Opec.

L'alleanza Russia-Arabia

A quanto pare a poco serve la strategia adottata da Arabia Saudita e Russia di continuare con i tagli dell'accordo raggiunto dall'Opec lo scorso novembre.

Una strategia che potrebbe essere confermata anche dal resto dei membri dell'organizzazione già il prossimo 25 maggio durante la riunione ufficiale; le indiscrezioni parlano di un accordo di massima già sul tavolo e per giunta anche approvato in via preliminare. Una guerra dei tagli che in teoria dovrebbe servire a contrastare il nemico statunitense rappresentato dallo shale oil e dalle scorte di greggio ma anche da una domanda che non cresce come nel passato, proprio mentre le tecnologie a disposizione delle grandi multinazionali permettono un'ottimizzazione strema ella risorsa.

In altre parole poco dispendio di lavoro per avere il massimo della materia prima oltre alla possibilità di prolungare lo sfruttamento del pozzo o del giacimento. Un'incognita che ha messo KO l'Arabia Saudita la quale, in un primo momento aveva aperto i rubinetti del greggio nella speranza di giocare l'arma del Breakeven ovvero i bassi costi di produzione che Ryad ha ma che Washington ignorava.
Almeno fino a quando, all'inizio di marzo, non è stato reso noto che i costi per i produttori Usa sono stati nettamente abbassati, riuscendo ad arrivare a una soglia di pareggio intorno ai 25 dollari.

La resilienza Usa

Ma in questo caso si tratta di una jungla dal momento che stando alle ultime rilevazioni del Fondo Monetario internazionale solo il Kuwait potrebbe riuscire a reggere le quotazioni attualmente presenti sul mercato con un breakeven a 49,18 dollari mentre Iraq, Iran e Qatar oscillano tra 50 e 55 dollari.
Una situazione inattesa, quella del comparto shale Usa, che ha rivelato una flessibilità del settore molto più ampia di quanto si credeva inizialmente creando addirittura un paradosso: il menrcato interno si è ripulito dei pccolissimi operatori che non hanno retto al crollod elle quotazioni, ma ha dato l'opportunità agli altri di riorganizzarsi sfruttando un'agilità che le grandi multinazionali spesso non hanno.

Peccato che, di fronte a tutta questa abbondanza, come detto, non ci sia la stessa richiesta da parte delle economie internazionali, soprattutto da parte delle nazioni emergenti, tanto che l'Aie, l'agenzia energetica internazionale, ha rivisto al ribasso le stime. Ad inficiare le speranze anche la concorrenza delle rinnovabili che, per ironia della sorte, crescono ad un ritmo più veloce proprio su questi orizzonti, in primis India e Cina, a loro volta sul banco degli imputati per il ruolo di inquinatori che hanno giocato negli ultimi anni. 

Fonte: News Trend Online

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