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giovedì 16 marzo 2017

Disco verde da Yellen e Olanda. L’euforia può ripartire


Le due sfide che hanno tenuto in sospeso i mercati fino a ieri sera, ovvero la decisione FED sui tassi di interesse e le elezioni politiche olandesi, alla fine hanno prodotto risultati che più favorevoli al trend rialzista non potevano essere.
Partiamo dalle elezioni olandesi, che possiamo liquidare abbastanza in fretta.
Ha vinto il premier uscente conservatore Rutte, della destra abbastanza moderata ed abbastanza europeista, che ha conservato più o meno i seggi che aveva e potrà fare un governo non troppo diverso da quello attuale, all’insegna della stabilità. Ma soprattutto il nazionalista e xenofobo Wilders, pur aumentando i consensi, non ha sfondato.

Alla resa dei conti gli olandesi si sono dimostrati più europeisti di quanto  la burocrazia e l’opinione pubblica europea e gli stessi olandesi temessero. Le conseguenze sono: nessun traino per la francese Le Pen, sospiro di sollievo per l’Eurozona e riduzione del rischio di frantumazione dell’Euro per i mercati finanziari.
Le borse europee oggi dovrebbero perciò festeggiare. E, per una volta, respirano anche i sondaggisti, che ci hanno sostanzialmente azzeccato.
Disco verde anche dalla FED. Se la riunione del FOMC, dopo averlo annunciato in tutti i modi, non poteva esimersi dal rialzo dei tassi di un quarto di punto, portandoli ad un massimo dell’1%, il tenore delle proiezioni economiche per il prossimo biennio  e le parole della Presidente Janet Yellen non potevano essere più rilassanti per i mercati.
Infatti è stato confermato il percorso verso la normalizzazione già tracciato nel dicembre scorso, che prevede 3 rialzi nel 2017 (il primo fatto ieri), 3 nel 2018, per arrivare nel 2019 al tasso del 3%, considerato il livello di normalità da raggiungere.

Qui dobbiamo notare che, mentre in passato la normalità era vista ad un tasso lievemente superiore al 4%, ieri è stata confermata la revisione del livello obiettivo, già ipotizzata qualche mese fa in un discorso dalla Yellen, abbassandolo di oltre un punto percentuale al 3%. Il che significa che, se l’inflazione si manterrà intorno al 2%, livello considerato ottimale per la FED, il normale tasso di rendimento reale di breve termine sarà dell’1%, storicamente dimezzato rispetto al passato. 
E’ una sorta di attestazione di quella sorta di “stagnazione secolare” che coinvolge anche  l’economia americana, che non riesce più a crescere ai ritmi di una volta, a causa del calo della produttività e del peso del debito pubblico.
In linea con questi scenari anche la previsione FED sulla futura crescita del PIL americano resta in sostanza quella fatta a dicembre, solo lievemente ritoccata al rialzo di un decimale al +2,1% sia quest’anno che il prossimo.

Sono completamente ignorate le “fenomenali” promesse di crescita di Trump. La Yellen ha velenosamente risposto ad una domanda sull’effetto delle politiche di Trump, con una stilettata non priva di disprezzo: “… è naturalmente troppo presto per sapere come queste politiche si svilupperanno”.
E altrettanto naturalmente non c’è motivo per presupporre esplosioni dell’inflazione, che secondo la FED rimarrà ancorata all’obiettivo prefissato del 2%.
Insomma: per la FED è come se Trump non esistesse ancora.

In questo suo ignorare l’evidenza c’è una notevole somiglianza con l’atteggiamento tenuto da Draghi giovedì scorso: SuperMario ignora l’inflazione, nonna Yellen ignora Trump.
Questo atteggiamento di Yellen e soci, a mio parere, è altamente stigmatizzabile poiché, oltre ad ignorare l’impatto di Trump, prosegue in quella navigazione a vista, che dipende continuamente dai dati macroeconomici, che sta attuando da anni e, lasciando imprenditori ed investitori in balia degli eventi, non li aiuta a pianificare il futuro.

La FED rinuncia a rappresentare quel faro autorevole che indirizza le scelte delle imprese e del Governo in un’ottica di medio-lungo periodo ed appare sempre più condizionata dalle pretese di breve periodo dei mercati finanziari. Evita anche di esplicitare i paletti di sostenibilità che sarebbe suo compito mettere alle politiche avventuristiche che Trump potrebbe essere tentato di attuare.
In questo modo evita lo scontro con un’amministrazione che non apprezza, ma perpetua un’ambiguità che alimenta le incertezze.
Ma, indubbiamente, nel breve periodo, che è il terreno di pascolo dei mercati finanziari, fornisce un assist niente male alle borse per ripristinare quel rally post-elettorale che è stato sospeso per qualche giorno proprio in attesa delle sue decisioni e delle novità (poi mancate) sulle proiezioni economiche future.
Non è un caso che sulle parole di Yellen i rendimenti dei Treasury siano seccamente scesi, così come il dollaro.

L’azionario invece ha chiuso in buon rialzo, con SP500 e Dow Jones che sono tornati nei pressi dei massimi assoluti del 1 marzo, mentre il più rampante Nasdaq100 ha addirittura realizzato il suo nuovo massimo storico.
Non sarei affatto sorpreso se oggi in Europa tornasse l’euforia, rafforzata anche dal risultato elettorale olandese.
Un’euforia che potrebbe consentire ai principali indici, tra cui il nostro Ftse-Mib, di superare le resistenze che in questi giorni li hanno frenati, per puntare ad obiettivi rialzisti anche ambiziosi, una volta superati i massimi di quest’anno. A titolo di esempio parliamo di quota 21.000 punti per il nostro indice Ftse-Mib, e scusate se è poco.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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