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giovedì 1 dicembre 2016

Referendum: per Amundi il Sì non ha (quasi) speranze


Domenica 4 dicembre si voterà per quel referendum che ha diviso non solo gli italiani e la politica nazionale ma anche chi opera sui mercati e la stampa finanziaria (e non) a livello internazionale. Eppure il quesito che è stato posto all'attenzione degli italiani non ha minimamente a che fare con la finanza e tanto meno con l'economia visto che si tratta di un referendum per il cambiamento della Costituzione e della formazione del Senato.
Per quale motivo allora averne tanta paura?

Perchè la paura?

La risposta è semplice: in caso di vittoria del NO, il Premier Matteo Renzi ha già avvisato sulla possibilità di sue dimissioni: la Mission di questo esecutivo, stando ala sua idea, nasce dalla necessità di riformare il sistema politico ed economico della nazione, non avendo la possibilità di assicurarsi, tramite questa riforma, una stabilità di fondo ed una sicurezza politica allora meglio lasciare la nave.

Sicurezza che, con l'eventuale vittoria del sì, sarebbe quasi cera visto il disegno di legge che assicurerebbe poteri molto più ampi al premier e un premio di maggioranza che blinderebbe chi è al potere per diverso tempo impedendo di certo il ritorno della politica ballerina che per decenni ha contraddistinto la nazione, ma anche la possibilità di un cambio sereno dei vertici nazionali.
Per questo i mercati hanno paura che lo scontro sul referendum si sposti facilmente dall'ambito legislativo a quello prettamente politico e che perciò la vittoria del NO indichi non tanto la volontà reale del paese di rifiutare la riforma, quanto quella di cambiare un Premier che allo stato dei fatti non è stato eletto.

La view di Amundi

Ed è proprio il No che sembra avere la meglio sui sondaggi visto e considerato anche ciò che ha previsto Amundi nella persona di Philippe Ithurbide Global Head of Research,Strategy and Analysis il quale ipotizza 4 scenari post-referendum e i possibili impatti sui mercati:Il primo prevede la vittoria del Sì con un voto che confermerebbe anche l'appoggio della volontà popolare al Premier che rimarrebbe così in carica.

Uno scenario che però viene dato realizzabile con una percentuale che non va oltre uno scarno 5%. Il secondo scenario, invece, comprende un voto negativo per Renzi il quale, però, rinnegando quanto da lui stesso detto, non si dimetterebbe; in questo caso le proiezioni parlano di una percentuale del 20%, la stessa che si aggiudica un altro risultato e cioè un voto sfavorevole a Renzi che però si riorganizzerebbe per nuove elezioni politiche.
Ad incassare la percentuale più ampia di probabilità è lo scenario che vede un voto sfavorevole comunque a Renzi (quindi la vittoria del NO è per il momento è l'elemento accomunante oltre che l'eventualità preponderante) con dimissioni del Premier e arrivo del governo governo tecnico o di coalizione.

Percentuale di realizzazione: 55%

Cosa prevede il referendum? 

La volontà alla base del referendum, come già scritto in passato, sarebbe in teoria quella del superamento del bicameralismo perfetto ovvero di due rami del parlamento entrambi con i medesimi poteri, visto che la fiducia è posta a entrambe le camere (con la riforma spetterebbe solo alla Camera dei Deputati) e ogni legge dev'essere approvata sempre da entrambe, con la conseguenza di quella che viene definita “navetta”, cioè il passaggio di una legge tra Camera e Senato che rischia spesso di far arenare molte proposte e riforme anche diversi mesi se non anni, un assetto che caratterizza il sistema istituzionale italiano.
Con la riforma, invece, il potere passerebbe praticamente nelle mani della Camera, organo eletto dai cittadini, a differenza del Senato i cui rappresentanti, ridotti a 100 dagli attuali 315, sarebbero eletti dai veri consigli regionali con metodo proporzionale: in particolare, di questi 100, 5 senatori sarebbero nominati direttamente dal Presidente della Repubblica mentre i restanti 95 sarebbero a loro volta divisi tra 21 sindaci (in realtà sarebbero rappresentanti ognuno una regione diversa) e 74 consiglieri regionali, il che renderà il Senato un organo di rappresentanza delle autonomie regionali.

Restano solo gli attuali senatori a vita che però, non verranno sostituiti, il che decreterà, di fatto, la caduta della carica. A variare è anche lo stipendio che sarebbe limitato a quello di amministratore, e la durata dei rispettivi mandati: quelli di elezione presidenziale avrebbero durata settennale mentre quelli regionali avrebbero un mandato con durata pari alla loro nomina di amministratori locali.

Fonte: News Trend Online

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