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giovedì 1 dicembre 2016

Referendum e banche: Credit Suisse traccia gli scenari


Tenuta del governo, tenuta del sistema bancario italiano. Mentre le due fazioni del sì e del no al referendum del 4 dicembre accendono gli ultimi fuochi polemici della campagna elettorale - da registrare nelle ultime ore: le reazioni all'endorsement tardivo al sì di Romano Prodi, l'appello di un preoccupato Matteo Salvini all'Onu a vigilare sul voto degli italiani all'estero, e la svagata dichiarazione su Facebook del presidente del Tribunale di Bologna, secondo il quale i sostenitori della riforma sarebbero praticamente come i repubblichini di Salò - si moltiplicano i tentativi di decifrare in anticipo le implicazioni di una vittoria del no sugli annunciati piani di rafforzamento degli istituti bancari italiani più in difficoltà.

I rischi maggiori 

A rinfocolare gli animi sul tema ci aveva pensato qualche giorno fa il Financial Times, mettendo in fila i nomi di ben 8 banche "che rischierebbero di fallire se il presidente del consiglio Matteo Renzi perdesse il referendum costituzionale del prossimo fine settimana e se le successive turbolenze di mercato scoraggiassero gli investitori dal ricapitalizzarle."
Adesso, ci provano gli analisti di Credit Suisse.

Che in una nuova nota valutano la relazione tra gli scossoni politici in arrivo e i previsti piani di aumento di capitale a partire da due macroscenari: un "no soft" e un "no hard" alla riforma. 

Il no morbido: rimpasto di governo

"Riteniamo che le potenziali dimissioni del premier, Matteo Renzi, potrebbero aprire la strada a un rimpasto di governo," scrivono gli analisti.
Una prospettiva che mette nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la responsabilità di trovare la soluzione più stabilizzante e di conseguenza più favorevole per le banche.
Centrale in questo scenario la figura del ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan.

La cui figura, come già rivelato qualche giorno fa da indiscrezioni riferite da Repubblica, viene vista ai piani alti dell'Unione Europea come quella potenzialmente più in grado di controllare gli effetti di mercato della consultazione del 4 dicembre e di rassicurare gli investitori. 
Per gli esperti della banca elvetica, la nomina di Padoan, "sostenuto da una coalizione allargata in grado di ottenere il voto di fiducia [...] potrebbe ridurre l'incertezza politica ed essere utile per i prossimi piani di ricapitalizzazione delle banche italiane.

In questo caso, ci aspettiamo che questo scenario si concretizzi velocemente".

Senza un governo le cose si complicano

Ben diverso il quadro prospettato in caso di una sconfitta pesante del sì, che porterebbe ad una accelerazione sul voto a inizio 2017.
"Se non è possibile formare un nuovo governo a causa della mancanza del supporto di una maggioranza, il presidente potrebbe indire elezioni anticipate," si legge nel report, che sottolinea in questo caso l'assoluta urgenza di modificare la legge elettorale.
"Questo potrebbe aprire la strada al rischio di una potenziale vittoria populista anti-Europa del Movimento 5 Stelle." Una prospettiva che potrebbe innescare "un'incertezza politica che potrebbe continuare e non essere utile ai piani di ricapitalizzazione delle banche italiane".

Che succede se gli aumenti di capitale vanno a vuoto

Comunque vada, in ogni caso, il 5 dicembre dovranno essere pronti i piani d'emergenza da mettere in campo, qualora la raccolta di capitali sia resa dall'esito del referendum oggettivamente impraticabile.

Diventerà "cruciale", in quel caso, "il ruolo e l'approccio delle autorità e dei politici".
Tre le possibilità. La prima, e la meno probabile, quella di appellarsi all'articolo 32 della Bank Recovery and Resolution Directive, che consente l'intervento statale qualora si verifichi il rischio di un"grave turbamento dell'economia di uno Stato membro per preservare la stabilità finanziaria". 
Lascerebbe tutto in uno stato di limbo potenzialmente dannoso, invece, la seconda opzione prospettata da Credit Suisse.

Ossia che i regolatori consentano di spostare in avanti il calendario degli aumenti di capitale, scongiurando per il momento bail-in o salvataggi a spese pubbliche.
L'ultimo, e più aderente alla lettera delle regole europee, sarebbe la decisione di mettere in moto la procedura del bail-in.
La peggiore delle ipotesi, che "nonostante la recente sottoperformance relativa [...] non è ancora scontata nei prezzi dei titoli delle banche italiane."
Fonte: News Trend Online

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