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giovedì 1 dicembre 2016

Petrolio a 60 dollari? Sarà sell-off sul mercato dei bond

Con il petrolio verso i 60 dollari sarà fuga dai bond
L’accordo dell’OPEC per tagliare la produzione di petrolio a 32,5 milioni di barili al giorno dai 33,64 milioni del mese di ottobre ha spinto le quotazioni del greggio a 50 dollari al barile, soglia da cui erano arretrate da un mese, a seguito del pessimismo sull’esito della riunione del cartello. Adesso, resta da verificare se alle intenzioni seguiranno i fatti e si apre tutto un altro capitolo dalla conclusione tutt’altro che scontata, essendo forte l’incentivo a non mantenere fede all’accordo. Tuttavia, da qui a breve, i prezzi potrebbero schizzare fino a ridosso dei 60 dollari, un’evenienza, che implicherebbe un aumento del 20% rispetto ai livelli attuali e che avrebbe implicazioni pesanti conseguenze dirompenti sul mercato obbligazionario, che molto presto, se non subito, potrebbe essere oggetto di un nuovo sell-off.
L’aumento dei prezzi energetici surriscalderà le aspettative d’inflazione, similmente a quanto abbiamo notato nelle ultime settimane con la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA. E un’inflazione attesa più alta riduce l’appeal del mercato a reddito fisso, ovvero dei titoli di stato e delle obbligazioni private con cedola fissa. (Leggi anche: Effetto Trump, inflazione attesa accelera e trascina in basso i bond)

Fine dei tassi zero, rendimenti sovrani in aumento

Se i rendimenti dei bond sovrani sono schizzati nell’Eurozona al primo accenno di ripresa dell’inflazione (in 100 giorni, sono quasi raddoppiati per i BTp a 10 anni), il peggio arriverà con la conferma che la crescita dei prezzi starebbe attecchendo. L’inflazione nell’Eurozona è salita allo 0,6% a novembre, ancora una frazione rispetto al target della BCE di poco inferiore al 2%, ma sembra definitiva l’uscita dell’area dalla deflazione. Un’ulteriore accelerazione è probabile, a questo punto, cosa che intensificherebbe le vendite dei bond, anche perché renderebbe più vicino nel tempo un ritiro graduale degli stimoli monetari della BCE, atteso già nella seconda parte dell’anno prossimo.
In altri termini, tra Trump e accordo OPEC, il surriscaldamento dei prezzi è ora atteso più che nel recentissimo passato e tutto ciò lascia prevedere la fine dell’era dei tassi zero e una conseguente normalizzazione della politica monetaria sia negli USA che nell’Eurozona. Se così fosse, i rendimenti sovrani inizieranno a riportarsi più in sintonia con i fondamentali dei paesi emittenti e per l’Italia non è una bella notizia. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi dovrà inventarsi qualcosa di serio l’8 dicembre)

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