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giovedì 1 dicembre 2016

Il Referendum. Brexit, Trump e ora?


“Porcellum? what does it mean?” Difficile nascondere l’imbarazzo alla domanda del collega inglese. Alto, biondo, occhi azzurri, dinoccolato e accento posh. Forse un nobile. “A pig, isn’t it?”, con faccia perplessa e sorriso ironico si informa perché una legge italiana porti il nome, inequivocabile, di un maiale.
Poi, in silenzio, sfoglia il Financial Times, forse pensando all’eleganza della Magna Charta del 1215, e ad altri, pochi, semplici documenti che, insieme al diritto consuetudinario, da secoli regolano con efficienza il sistema politico britannico.

Gira pagina, espressione di terrore, volto sbiancato: “Italian referendum???”, pronunciato con la r leggermente arrotata, mani tremanti e labbra strette di chi, solo pochi anni fa, ha perso ingenti quantità di denaro, senza capir bene come, a causa di investimenti sbagliati nel Bel Paese.
Con grande nobiltà, ha incassato le perdite senza fare una piega. Non ne parla mai, ma se lo ricorda bene.
Tutti ci ricordiamo il triennio della crisi del debito sovrano europeo, 2010-2012, prova di sopravvivenza dell’Euro, superata grazie alla BCE. Sfugge invece alla memoria dei più la vicenda di MF Global, rinomata istituzione finanziaria inglese nata dal brokeraggio dello zucchero nella Londra del 1780, che nel 2011 ha chiuso i battenti saltando in aria nel giro di poche settimane su un’operazione in BTP e altri titoli di Stato dell’Europa del Sud.

Perdite da capogiro, svariati miliardi di euro. Il gruppo era guidato da professionisti dai curriculum eccellenti. L’idea di comprare BTP era giusta, rendimenti intorno al 7% e Paese too big to fail, troppo grande per fallire. Sbagliarono di poco la scelta di tempo e l’uso della leva finanziaria fu fatale.
Coinvolti molti investitori, affezionati clienti del broker da generazioni.
Questi ricordi ancora freschi, insieme all’atavica diffidenza europea verso un Paese dalla storia nazionale recente come il nostro (che difficilmente finisce una guerra con lo stesso alleato con cui l’ha iniziata, diceva Enzo Biagi), aiutano forse a spiegare l’acredine smisurata del Financial Times che da settimane lancia strali pungenti contro il nostro Paese? Economia stagnante dagli anni ’90, rileva il Financial Times, terzo parlamento più popoloso al mondo, dopo quello cinese e quello britannico, oltre 950 membri tra Senato e Camera dei Deputati.

Gli stipendi dei parlamentari italiani sono i più elevati al mondo dopo quelli americani, i più alti in Europa, quasi il doppio di quelli dei parlamentari britannici, prosegue il quotidiano inglese (di proprietà nipponica dal 2015). Ci risiamo? Lo scenario a tinte fosche dipinto dal Financial Times è più o meno il seguente, in caso di vittoria del no.
Cade Renzi. Regna l’incertezza legata all’ennesimo governo di tecnocrati. A farne le spese sono, una volta di più, le banche italiane, già straziate dalle sofferenze. Gli aumenti di capitale imposti alle banche italiane dalle autorità di vigilanza non trovano sottoscrittori, spaventati, e non vanno in porto.

Scattano i nuovi meccanismi di risoluzione previsti dalla normativa sul bail in, con perdite diffuse anche fra i risparmiatori privati. Il FT cita 8 banche a rischio: Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, seguite da Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
La crisi del sistema bancario italiano scatena una crisi di fiducia più ampia che si diffonde all’area Euro. (Ci mancava solo che il FT citasse i terremoti, i migranti e, magari, un’invasione di cavallette).
Ormai è chiaro anche oltralpe, i toni del referendum italiano hanno trasceso quelli del giudizio asettico sui contenuti della riforma costituzionale del Paese.

Il sì o il no, per molti, han preso le vesti del pro o contro Renzi, dell’establishment o dell’anti-establishment. Tra i no, c’è chi poi chi teme che l’assenza del contrappeso del Senato alle decisioni della Camera porterebbe un’eccessiva concentrazione del potere, nelle mani dell’esecutivo, con l’attuale sistema elettorale (premi di maggioranza).
 La maggior parte della popolazione, verosimilmente, non avrà neppure letto il contenuto della proposta di riforma, una volta di più, estremamente complessa, che tocca 47 dei 139 articoli della Costituzione italiana (13 riscritti, 32 modificati e 2 soppressi). L’ampiezza della riforma e il quesito referendario, che impone di decidere con un’unica risposta (sì o no) su due aree tematiche distinte, il funzionamento di Camera e Senato e quello delle regioni, hanno dato appiglio a schiere di costituzionalisti e tecnici per trovare qualcosa che non va.

Anche l’ex premier Mario Monti, certamente non anti-establishment, forse inciampato su qualche tecnicismo, alcune settimane fa si era detto favorevole al no. D’altra parte, chi vota sì è fiducioso che un processo legislativo più snello velocizzi l’iter di approvazione delle leggi (ora certamente non fulmineo), che, iniziando a sfoltire il numero dei parlamentari, si riducano i costi della politica e, visto il contesto, per evitare di dare il casus belli alla speculazione internazionale.
Avvicinandosi alla data, cresce il pathos e, come prima del decollo su un aereo, giunge voce da Reuters che la BCE stia preparando le cinture di sicurezza, con nuovi acquisti di bond italiani, per limitare la turbolenza, in caso di vincita del no.
L’indebolimento dell’Euro con il cambio Euro/Dollaro USA a 1.06, sui minimi degli ultimi anni, sta giovando all’export europeo.

Il PMI manifatturiero dell’eurozona è al valore più alto da gennaio 2014, a 53.7 nel mese di ottobre, riporta Markit. Migliorano le condizioni operative, con aumento dei volumi della produzione, dell’occupazione e dei nuovi ordini.
Come fa notare la BCE nel Financial Stability Review del mese di novembre, “nonostante la resilienza del sistema finanziario alle recenti turbolenze del mercato, i rischi di ulteriori correzioni dei prezzi sono aumentati: incertezze politiche nelle economie avanzate, fragilità nei mercati emergenti che potrebbero generare cambiamenti nei flussi di capitale, maggiore volatilità da qualsiasi imprevisto relativo alla politica monetaria o all’inflazione”.
L’Euro è sceso contro il dollaro USA, ma è sui massimi di sempre nei confronti di Lira Turca (EUR/TRY A 3.68) Peso Messicano (EUR/MXN a 22), monete di Paesi emergenti in questo momento più stressati di noi.

Un’opportunità come qualche mese fa lo furono Brasile e Russia sull’orlo del collasso?
L’OPEC, dopo sei ore di discussioni a Vienna, ieri ha trovato un accordo per limitare la produzione di petrolio a 32.5 milioni di barili al giorno, dall’inizio di gennaio.
I prezzi del petrolio sono decollati, risalendo da 42 dollari al barile di metà novembre ai 50 dollari al barile di oggi.

Operativamente e per concludere

Brexit e Trump hanno dimostrato che non solo i sondaggi sbagliano, ma sbagliano anche gli analisti a prevedere le reazioni del mercato.

In entrambi i casi, contrariamente alle attese, si è verificato lo scenario più temuto e il mercato ha reagito con euforia, con le Borse che hanno toccato nuovi massimi sia in UK che negli USA.
Per l’Italia due fantasmi alle spalle. Da un lato, quello di Mussolini (evocato dall’Economist), e dall’altro, la Costituzione di Weimar (Germania 1919-1933) che, considerata perfetta coi suoi pesi e contrappesi, ma paralizzando ogni decisione, spalancò la porta a Hitler.
Inutile e pericoloso, dunque, cercare di anticipare l’esito del referendum.

Anche le opzioni, put e call, son già più care del solito, scontando nei prezzi la probabile volatilità che seguirà il week-end. Meglio attendere senza sbilanciarsi troppo e operare in ottica contrarian dopo l’evento. L’euforia sarebbe una bella opportunità di vendita, mentre un eccesso di pessimismo occasione d’acquisto.
Fonte: News Trend Online

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