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giovedì 1 dicembre 2016

Dicembre mese di banche centrali: presto difficoltà e incognite


Questo dicembre vede una serie di riunioni particolarmente importanti visto che la settimana prossima, l’8 per la precisione, sarà proprio la Bce di Mario Draghi a riunirsi per decidere con ogni probabilità di lasciare aperto il Quantitative Easing anche oltre la data fissata per il marzo 2017, attualmente sua scadenza naturale, proprio a causa di un ripresa che, per quanto robusta, almeno a detta dello stesso Draghi, rimane comunque modesta.
Gravi incertezze politiche ed economiche permangono all’orizzonte (sempre parole del governatore italiano) che non teme il referendum del 4 dicembre visto che ha già confermato che la Bce ha tutti gli strumenti per mantenere la stabilità.

Il 14 la Fed

C’è poi la questione aperta della Fed: la riunione del 14 dicembre confermerà un trend di rialzi estremamente lento e che potrebbe scontrarsi in futuro con la volontà dei falchi mandati da Trump e appoggiati da una parte dei democratici vista l’ala sempre più ampia delle critiche ai poteri della Fed sulla possibilità di prestare soldi alle banche in difficoltà.

Da questo malcontento è nato il movimento Audit the Fed che mira proprio ad arginare l’autonomia eccessiva della Fed attraverso il controllo del Congresso Usa. 

Il 15 la BoE

Anche Londra, però, con la Brexit ha dovuto registrare non poche difficoltà a livello di autonomia della Banca Centrale che il 15 dicembre vedrà la sua riunione di fine anno.
Infatti il governatore Mark Carney ha dato il via all’indomani del risultato eclatante del referendum, al ritorno degli acquisti di titoli di stato e ai tagli sui tassi per stabilizzare una situazione che, nell’immediato, aveva creato la tempesta sui mercati e che sul lungo periodo era ancora insidiosa e di difficile interpretazione.

Purtroppo l’accusa di inattendibilità sulle previsioni giudicate da molti eccessivamente catastrofiche, non si è fatta attendere e la view distratta del primo ministro May sull’oscillazione della sterlina (“Non mi preoccupo di questo, le monete salgono e scendono da sempre”) preannuncia già da adesso una convivenza difficile.

Indipendenza a rischio?

Con la crisi del 2008 i poteri delle banche centrali, già ampi fin dalla fine del secolo scorso, sono aumentati a dismisura per più di un motivo.

Oltre l’urgenza della situazione, infatti, si registrava dagli anni 90 la comoda volontà politica di attribuire a tecnici esterni e specializzati la gestione delle scelte su tassi e strumenti finanziari visto che gli effetti, meno evidenti agli occhi dell’opinione pubblica, avrebbero influito ugualmente senza però attirare l’ira di una manovra fiscale o di un aumento delle aliquote.
Adesso, però, con le strategie estreme dei Quantitative Easing, i risultati si sono visti sempre più evidenti anche nella quotidianità dei mercati e quindi le politiche delle banche centrali, così come la libertà di cui hanno goduto (comoda ma non sempre) è finita sotto accusa.

Il caso più eclatante è stato quello recente di Donald Trump che ha deciso di scagliarsi senza mezzi termini contro il numero uno della Federal Reserve invocando anche l’intervento diretto con l’elezione di membri più vicini alle scelte del futuro nuovo inquilino della Casa Bianca, ma nel tempo si sono visti anche i dissapori tra il primo ministro giapponese Shinzo Abe e l’allora governatore della Bank of Japan, Masaaki Shirakawa, che arrivò nel 2013 alle dimissioni anticipate (in realtà mancavano 3 settimane alla scadenza naturale del suo mandato ma proprio per questo il gesto risultò più forte) che portarono poi all’elezione dell’attuale governatore Haruhiko Kuroda, oppure, volendo guardare più vicino nel tempo e nello spazio, le critiche della Germania e nello specifico della Bundesbank assolutamente contraria alle misure espansive adottate dalla Bce di Mario Draghi il quale, visti i problemi dei suoi colleghi, non potrà lamentarsi più di tanto... 
Fonte: News Trend Online

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