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venerdì 2 dicembre 2016

Banche italiane e spread: mercati più rilassati a ridosso del referendum, perché?

Banche e spread, che succede?
C’è un clima di maggiore relax sui mercati finanziari da qualche giorno, nonostante ci siamo avvicinati a ridosso del referendum costituzionale italiano di dopodomani, che diverse testate giornalistiche straniere definiscono un rischio per la tenuta dell’Eurozona, in grado di fare saltare le banche italiane e a seguire la finanza dell’intera unione monetaria. Eppure, dai minimi toccati in settimana, Piazza Affari guadagna circa il 5,5%, i titoli bancari sfiorano il +10%, mentre lo spread BTp-Bund a 10 anni scende dai 190 punti base a poco sotto i 175 bp. I rendimenti decennali italiani sono tornati ieri sopra il 2%, ma sotto i massimi del 2,21% toccati nelle precedenti sedute, mentre il differenziale con i Bonos spagnoli sulla medesima scadenza è arrivato a scendere a 40-45 bp, riportandosi, però, nelle ultime ore sopra i 50 bp. (Leggi anche: Banche italiane, servono troppi soldi per salvarle)
Cosa sta succedendo? I mercati finanziari hanno meno paura dell’eventuale esito negativo del referendum o nutrono maggiori speranze in una vittoria del “sì”?

BCE rassicura sui BTp

Per rispondere a questa domanda, non possiamo non notare come lo spread con la Spagna sia rimasto ai massimi degli ultimi 5 anni, a conferma che il clima più sereno a Milano non sarebbe dovuto al venir meno dei rischi politici percepiti con il voto, bensì ad altri fattori. Quali?
In settimana, alcuni funzionari della BCE hanno rivelato alla Reuters che l’istituto retto dal governatore Mario Draghi sarebbe pronto ad acquistare più BTp nel caso di un esito sfavorevole al referendum italiano, all’interno delle regole previste per il “quantitative easing”. Pur smentendo che sia stato varato un simile piano, Draghi ha rassicurato l’altro ieri sulla sufficienza degli strumenti disponibili per contrastare eventuali situazioni di tensione finanziaria. (Leggi anche: Quantitative easing, BCE pronta contro gli shock)

Petrolio e BCE sostengono Milano

Poiché le banche italiane detengono titoli di stato tricolori per circa 400 miliardi di euro, pari a oltre un decimo dei loro assets totali, il solo fatto che dalla BCE trapeli l’intenzione di sostenerli dopo il referendum spinge le loro azioni all’insù.
Un altro fattore di forza delle borse, compresa quella italiana, negli ultimi giorni è stato l’accordo OPEC sul taglio della produzione di petrolio. Le quotazioni del Brent sono schizzate del 16% in un paio di sedute, trainando l’intero comparto energetico all’interno di ciascuna piazza finanziaria. E a Piazza Affari, questi pesa per circa il 30% dell’intera capitalizzazione. La sola Eni vale oltre un decimo di tutta la borsa milanese ed è naturale che, avendo guadagnato l’8% in un paio di giorni, abbia trascinato in rialzo l’Ftse Mib. (Leggi anche: Accordo OPEC, perché i sauditi si sono decisi a tagliare l’offerta di petrolio)
Fattori tecnici, quindi, oltre che una maggiore rassicurazione su quanto accadrebbe dopo il voto starebbero fermando il declino di Piazza Affari e sostenendone i corsi nelle ultime sedute. Per il resto, all’estero ci sarebbe più sfiducia che in Italia sull’esito del referendum, con i bookmakers a scommettere per il 77% nella vittoria del “no”. L’ennesima evidenza, che dopo Brexit e Trump, i mercati potrebbero tornare agli acquisti da lunedì, somatizzando anche il terzo grande shock in 5 mesi e mezzo, purché sia ben gestito. (Leggi anche: Mercati volatili, BTp in altalena, che succede all’Italia?)

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