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venerdì 2 dicembre 2016

Attenti, l'inflazione arriverà ma non sarà quella buona


Il rally del petrolio non piace all’Europa. Per quale motivo? Dopo la giornata di ieri in cui Piazza Affari è riuscita a salvarsi con un certo ottimismo proprio grazie ai titoli del settore energetico, caposaldo con i bancari del listino milanese, la seduta di oggi dimostra una debolezza che nasce anche dallo stesso settore oil.

Il motivo? 

Paradossalmente è proprio il tipo di inflazione che l'accordo porta con sé e cioè un'inflazione importata che crea solo rincaro dei prezzi dell'energia.

In altre parole, come per il colesterolo esiste quello buono e quello cattivo, lo stesso discorso vale per l'inflazione: in Europa, infatti, si rischia di vedere un aumento delle spese dettate dai carburanti e dai trasporti, oltre al resto delle voci annesse con gli alimentari che seguono a ruota, senza un parallelo aumento della crescita economica di base.
Le conseguenze sarebbero, sul lungo periodo, di una base produttiva languente e di un'inflazione in crescita che costringerà la Bce a dover tagliare gioco forza gli stimoli monetari finora messi in campo proprio per aumentare l'inflazione (quella buona), un tentativo che, in realtà, a prescindere dall'aumento delle quotazioni petrolifere, non ha sortito grandi effetti se non nell'immediato degli annunci (con un entusiasmo che, per giunta si è limitato solo ai primi) e che è rimasto confinato al perimetro dei mercati finanziari.

Il fattore petrolio

Un esempio delle paure degli economisti può essere individuato proprio nell'andamento del petrolio, immediatamente dopo l'annuncio dell'intesa: +13%.

Una situazione che potrebbe venire amplificata anche dall'effetto inflazionistico delle politiche di Trump che mirano a una semplificazione estrema delle aliquote, a un taglio delle entrate per lo stato (e quindi un taglio per i contribuenti soprattutto quelli dal reddito più alto), il tutto unito ad una politica di investimenti estremi nelle infrastrutture.
Tradotto in numeri, per gli Usa, secondo Natixis, si potrebbe assistere a un aumento dell'inflazione che arriverebbe al 3% già alla fine del 2017 ovvero quando saranno definite meglio le linee guida e soprattutto gli eventuali appoggi da parte del Congresso a maggioranza repubblicana ma non per questo fedele sostenitore del tycoon.

Per quanto riguarda l'Europa, invece, un andamento del genere potrerebbe l'inflazione sulla soglia dell'1,9% per lo stesso periodo portando perciò la Bce a cambiare la manovra di stimolo per l'economia. Intanto, sempre secondo le previsioni della casa d'affari, non è da escludere che in tutto questo, il greggio raggiunga anche i 60 dollari alla metà dell'anno prossimo, quotazione che potrebbe lievitare a 70 per la metà del 2018.

Le reazioni delle banche centrali 

Alla luce di questo recente accordo, quindi, la riunione prossima riunione della Bce e soprattutto le sue previsioni per il prossimo biennio sull'inflazione, assumono una valenza molto più ampia.

Anche perché guardando al fattore inflazione, come detto, l'eventuale rialzo sarebbe dettato da un settore (quello oil) escluso il quale la crescita dei prezzi (quindi al netto dell'energia)non andrà oltre lo 0,8%. Cosa significa questo? Che accadrebbe proprio ciò che non avrebbe mai dovuto accadere: perdita di potere d'acquisto da parte dei consumatori e, contemporaneamente, indebolimento dei consumi e dell'economia in generale.
Ma una situazione di questo tipo avrebbe ripercussioni anche a livello di banche centrali: la Bce dovrà tagliare prima del previsto i suoi stimoli (quindi l'allungamento del QE che potrebbe essere annunciato a dicembre potrebbe essere invece messo in stand by) arrivando a dimezzare gli acquisti che, secondo stime Natixis arriverebbero a 40 miliardi invece di 80 già da ottobre dell'anno prossimo, la Fed, invece, con un'inflazione al 3% sarà costretta ad accelerare il passo sulla road map finora lentissima, del rialzo dei tassi di interesse.

 
Fonte: News Trend Online

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