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venerdì 18 novembre 2016

Yellen, la badante monetaria di Trump


Anche ieri i mercati europei, che stavano recitando ancora una volta il mesto copione che prevede un’apertura appena positiva ed un rapido uno spegnimento progressivo, hanno trovato salvezza sul finale, grazie all’iniezione di fiducia impressa alle 16 dalla Presidente della Federal Reserve Janet Yellen agli indici USA e di conseguenza anche a quelli europei, nella sua audizione al Congresso.
Da negativi che erano, i principali indici europei sono andati a chiudere la giornata mediamente positivi di circa mezzo punto percentuale, mentre anche il peggiore tra essi, il nostro Ftse-Mib, è riuscito a raggiungere uno striminzito pareggio.

Un risultato che per larga parte della giornata è sembrato lontano, dato che si sono visti cali dell’indice superiori al punto percentuale, zavorrato ancora dai bancari, sui quali grava ormai da giorni la maledizione di Montepaschi.
I titoli bancari sono rimasti tutti in pesante calo, con Unicredit che è scesa per un po’ anche sotto i 2 euro, preda di forti vendite in seguito al timore che l’aumento di capitale ormai vicino sia troppo ingente (si parla di 13 miliardi) per essere agevolmente assorbito.
Ma per quale motivo Yellen ha infuso fiducia ai mercati? A mio parere per la fermezza con la quale ha fatto i conti con il “fenomeno Trump”.

Da un lato ha confermato, se mai ce ne fosse bisogno, che a dicembre il rialzo dei tassi è ormai inevitabile, dati i parecchi segnali di irrobustimento della crescita ed il ritorno dell’inflazione ormai quasi al target. Ieri è stato pubblicato l’Indice dei Prezzi al Consumo USA di ottobre e si è constatato che l’inflazione ha ormai raggiunto il tasso annuo di 1,6%, vicino al target FED del 2% e soprattutto raddoppiato rispetto al valore di 0,8% pubblicato solo 4 mesi fa.

Con un’inflazione in deciso recupero e aspettative di ulteriore spinta che dovrebbe essere impressa dal programma politico di Trump, il rialzo dei tassi di un quarto di punto è il minimo che si possa fare. Del resto in due mesi i rendimenti sul decennale USA sono andati ad incorporare quasi il triplo dell’aumento che la FED farà a dicembre.
Ovviamente il rialzo dei tassi non è un motivo di gioia per l’azionario.
Lo è invece per il dollaro, che infatti si è rivalutato ancora un po’, nonostante la corsa già attuata nel dopo-elezioni e sebbene la notizia fosse già ampiamente scontata in anticipo dal fatto che oltre il 90% degli analisti se la aspetta da parecchi giorni.
Il cambio EUR/USD sta ormai a 1,06 e vede assai vicino i minimi di questi ultimi anni, che si trovano tra 1,04 e 1,05.

 A mio parere sono minimi difficili da sfondare, per gli eccessi ribassisti accumulati in questi giorni, e, se lo fossero, il rischio di una falsa rottura va preso in seria considerazione. Ma per ora la forza del dollaro sembra incontenibile.
L’azionario credo abbia beneficiato proprio della fermezza mostrata dalla Yellen, che ha inviato al mondo e soprattutto a Trump il messaggio che lei non si è fatta impressionare dal voto.
Non solo ha affermato di voler portare a termine il mandato, mettendo a tacere le voci di sue possibili dimissioni per insanabile inconciliabilità di vedute con il controverso neo-presidente. Ha anche affermato che prima di pensare a come gestire la politica disinvolta di Trump bisogna vedere quel che vorrà e riuscirà a fare.

In ogni caso la FED osserverà e sarà pronta ad agire.
L’impressione che io ho avuto è quella di una FED che, nelle intenzioni di Yellen, si erge a tutela degli equilibri e delle compatibilità economiche, pronta a controbilanciare gli eccessi eventuali dell’esuberanza trumpiana.
E’ un messaggio molto rassicurante per i mercati, che cercavano questo baluardo a tutela della stabilità economica e credo sarebbero stati impressionati molto negativamente da una Yellen rassegnata o intimidita.

Per questo Wall Street ha ripreso fiducia e ha ridotto un altro po’ le distanze che lo separano dal massimo storico, ormai distante solo 6 miseri punti percentuali e sarà attaccato probabilmente nella seduta odierna. Un massimo storico realizzato nell’ultima seduta della settimana rafforzerebbe la validità del segnale di continuazione rialzista, poiché verrebbe confermato anche sul time frame settimanale, considerato dai trader di posizione.
Non sarà certo una passeggiata poiché molti ordini di vendita sono già pronti a quei livelli dell’indice. Ma la convinzione dei mercati USA sembra abbastanza solida, ora che hanno constatato che Yellen è pronta a far da badante monetaria a Trump.
La forza americana potrebbe anche oggi aiutare l’Europa e consentire all’indice tedesco Dax di attaccare la forte resistenza appena sopra quota 10.800, che dall’estate scorsa già 5 volte ha respinto i tentativi rialzisti.

L’indice delle blue chips europee Eurostoxx50 è invece più distante (circa il 2%) dalla sua resistenza appena superiore a 3.100 e forse oggi non riuscirà ancora ad attaccarla.
Per il nostro Ftse-Mib l’obiettivo è decisamente meno ambizioso. Si tratta di allontanarsi dal supporto di 16.200, che ieri è stato nuovamente avvicinato.
Che volete farci? Siamo una nave col timone rotto e possiamo solo sperare nell’alta marea per non andare ad arenarci.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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