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giovedì 17 novembre 2016

Tutte le lobby americane che stanno con Trump

Tutte le più grandi imprese di high tech americane avevano appoggiato Hillary Clinton.
(© GettyImages) Tutte le più grandi imprese di high tech americane avevano appoggiato Hillary Clinton.
Wall street considera Donald Trump un palazzinaro cafone.
Nella Silicon Valley c’è già chi vagheggia la secessione della California.
E tutto il mondo dell’Information technology(It) si sente già chiamato a una battaglia di religione in difesa della privacy, dopo quella - vera - che ha visto fronteggiarsi la Apple e l’Fbi.
HIGH TECH IN RIVOLTA. A leggere il programma elettorale del neo presidente Usa - tutto teso verso il binomio keneysiano cemento e acciaio - il business americano si appresta a un’inversione a U verso la Old economy.
Non a caso le imprese più dinamiche e innovative hanno prima riempito di soldi la Clinton (ha vinto soltanto sul fronte delle donazioni) e poi l’hanno votata in massa.
BIG PHARMA RINGRAZIA. In quest’ottica non deve sorprendere che i titoli del Big Farma - i colossi dell'industria farmaceutica, e cioè le società con oltre 3 miliardi di ricavi - a 48 ore dal nuovo corso abbiano registrato interessanti performance in Borsa.
Soltanto il 9 novembre 2016 Mylan e Pfizer hanno guadagnato il 6% nelle quotazioni pre-market, invece Merck e Johnson&Johnson sono salite del 2, Novartis del 4,4 e Eli Lilly del 3,4.
Questo perché The Donald, a differenza della Clinton, è stato meno duro in campagna elettorale sull’aumento del prezzo dei farmaci.
Ma più in generale vedono nell’indebolimento all’Obamacare o dei vecchi programma di assistenza medica la possibilità di ridurre i controlli statali sulla spesa farmaceutica.

L'endorsement della Nra per difendere il secondo emendamento

L'associazione dei possessori di armi, la National rifles association (Nra), da subito si è schierata con Trump.
(© GettyImages) L'associazione dei possessori di armi, la National rifles association (Nra), da subito si è schierata con Trump.
Sempre nell’ottica di bloccare lo sbarco di Hillary Clinton alla Casa Bianca, la potente lega dei possessori di armi, la National rifles association (Nra), non ha aspettato la sua convention annuale per il suo endorsement a Trump.
Il quale, a differenza dell’ex segretario di Stato, non ha minacciato di cambiare con l’aiuto della Corte costituzionale il secondo emendamento.
Quello che in spirito pionieristico permette a ogni americano di possedere un’arma.
PETROLIERI PIÙ TIMIDI. Se quello delle armi si è mostrato coerente fino alla fine con il suo passato, un altro settore storicamente schierato con i repubblicani, cioè quello dei petrolieri, ha appoggiato timidamente Trump.
Il presidente, da un lato, è pronto ad allentare i paletti alle trivellazioni voluti da Obama, ma dall’altro deve trovare un giusto equilibrio nelle richieste di altri suoi sfegatati supporter come i farmer.
ETANOLO, PROMESSE GRADITE. Le aziende del settore agricolo hanno gradito le promesse del neo presidente per favorire la produzione di etanolo, il principale concorrente del petrolio in America, e destinare al loro combustibile una parte dell’oleodotto Keystone XL, la cui costruzione è stata bloccata da Obama.

Piano infrastrutturale, schizza il prezzo del rame

Dopo la vittoria di Trump hanno festeggiato costruttori e cementieri.
(© GettyImages) Dopo la vittoria di Trump hanno festeggiato costruttori e cementieri.
A riprova del caos seguito all’elezione del tycoon anche il fatto che in questa fase il “metallo rifugio” non sia più l’oro, ma il rame, con il prezzo di quest’ultimo schizzato oltre ogni previsioni.
Alla base di questo trend c’è anche la promessa di un piano infrastrutturale da 500 miliardi di dollari tra nuove autostrade, ponti, tunnel, aeroporti, scuole, ospedali.
VOLANO I CEMENTIERI. Questo progetto piace sia a grandi general contractor, alle società di engenering o i cementieri (non a caso, dopo il voto, il titolo di Aecom è salito del 13%, quello di Jacobs Engineering Group Inc del 10, Vulcan Materials Co. e Martin Marietta Materials Inc. rispettivamente il 10 e il 12%).
Ma l’operazione non dispiace anche il mondo del private equity visto che The Donald ha già “chiamato alle armi” alcuni finanzieri.
AUTO E DIFESA PREOCCUPATE. Più complesso il rapporto con due mondi che dovrebbero guardare ai repubblicani, come quello della difesa e dell’automotive.
Sul primo versante non basta la promessa di Trump di non tagliare la spesa militare: le incertezze legate agli accordi commerciali e le promesse di chiudere con l’era della Nato potrebbero rendere più complesse le transazioni su questo mercato.
Per quanto riguarda l’auto, è proprio negli Stati un tempo fucine di macchine (come l’Ohio o il Michigan) che Trump ha ottenuto il maggior successo.
MOLTI DEBITI CON OBAMA. Eppure l’impresa del settore ha molti debiti con la presidenza Obama: il quale prima ha salvato dal fallimento le tre case di Detroit, quindi ha stanziato circa 8 miliardi di incentivi per una serie di tecnologie legate all’auto che si guida da sé o alle ricariche elettriche.
Troppo per il neo presidente che si compiace al pensiero delle vecchie e rudi catene di montaggio.
Se non bastasse, le restrizioni commerciali paventate in campagna elettorale contro Messico e Cina potrebbe togliere ai costruttori Usa sia luoghi dove fabbricare auto a prezzi migliori sia ricchi mercati. 

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