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giovedì 10 novembre 2016

Sta per arrivare il boom di Trump


Sta per arrivare il boom di Trump. Se le promesse saranno mantenute nei fatti, e sottolineo se, allora le forze che hanno mantenuto basse le aspettative sui tassi potrebbero spingere a una revisione al rialzo. I media parlano di un evento politico di portata storica, sarebbe strano se non avesse un impatto duraturo sui prezzi del mercato.

Tassi d’interesse e rendimenti obbligazionari sono rimasti bassi

Il tema dominante fino ad oggi è stato la stagnazione di lungo periodo, caratterizzata da una domanda aggregata insufficiente in un universo bloccato dall’austerità fiscale e con un settore privato dalla situazione patrimoniale precaria.

Le curve dei rendimenti si sono appiattite perché le banche centrali non potevano prevedere, con una minima affidabilità, un aumento della crescita sottostante.
Per questo la forward guidance sui tassi d’interesse si esprimeva con toni assai negativi – più bassi più a lungo perché anche crescita e inflazione sarebbero rimaste più basse più a lungo.
Negli ultimi tempi è sembrato che le banche centrali abbiano perso fiducia nella propria capacità di stimolare la crescita sottostante. Non ci sono riusciti i tassi negativi né i piani di acquisti di titoli. La rivolta politica è andata crescendo.

Donald Trump promette di fare aumentare la domanda aggregata

Vuole raddoppiare il tasso di crescita economica dell’America.

Vuole investire in infrastrutture (forse addirittura realizzare guadagni a più lungo termine in questo ambito sul lato dell’offerta) e non disdegna di finanziare tutte queste attività contraendo prestiti, approfittando dei tassi d’interesse ai minimi storici. È proprio quello che da molte parti si chiedeva.
Potrebbe significare che, nel prossimo anno, la Federal Reserve riveda al rialzo le stime di crescita del PIL, riducendo il divario tra le aspettative dei mercati e i “dot plot” della Fed.

Forse la Fed potrebbe addirittura iniziare a concentrarsi sulla possibilità di intervenire con maggiori aumenti dei tassi rispetto a quanto annunciato negli ultimi mesi. I mercati reagiranno più in fretta della Fed, provocando un irripidimento della curva dei rendimenti, ma la Fed finirà per aumentare i tassi, portandoli in prossimità del 2,0%.

Ciò in parte sarà sostenuto da un aumento delle aspettative d’inflazione

L’aumento delle aspettative di inflazione è dovuto alle spinte impresse al tasso di crescita economica nel momento in cui l’economia sarà prossima alla piena occupazione e quando, attuando altre sue promesse politiche, Trump dovesse limitare l’offerta di manodopera (straniera).

Qualcuno dovrà pur costruire tutte quelle strade, ferrovie, ponti e gallerie.
Assisteremo così a un irripidimento della curva dei rendimenti US, a un aumento generalizzato dei rendimenti e a tassi d’inflazione di break-even sul mercato americano dei TIPS nettamente superiori al 2,0%.
Questi potrebbero essere i più importanti movimenti macroeconomici nell’universo obbligazionario su un orizzonte temporale di 1-3 anni.

Quali sono le implicazioni per il credito?

Ci saranno fenomeni di “crowding out”, con qualche pressione al rialzo sugli spread.

Potrebbe anche aumentare il numero delle emissioni, poiché le società in grado di partecipare come fornitori al boom infrastrutturale cercheranno di raccogliere fondi per finanziare nuovi investimenti. I maggiori proventi connessi alla spesa pubblica sarebbero un fattore positivo anche in questo ambito.
Prima o poi, i rendimenti dei Treasury saranno abbastanza alti da offrire una reale alternativa ai rendimenti offerti dal mercato del credito e dal segmento delle obbligazioni High Yield, ma per questo dovremo aspettare ancora un po’.

Per il momento, il cambiamento reale dovrebbe riguardare lo spazio dei tassi a termine, per cui lo spread del credito e dei titoli High Yield continuerà ad apparire appetibile agli investitori assetati di rendimento.

Conseguenze sull’economia mondiale

Ci sono, naturalmente, dei lati negativi che, col passare del tempo, potrebbero avere conseguenze penalizzanti sul mercato.
Il debito pubblico degli Stati Uniti crescerà e aumenterà con esso anche il costo del servizio del debito, con possibili timori nel lungo periodo per il rating sovrano. In secondo luogo, il dollaro potrebbe salire a fronte del rafforzamento della crescita e dell’aumento delle aspettative sui tassi d’interesse, causando ancora una volta problemi per i paesi produttori di materie prime e per le economie emergenti.
In terzo luogo, se Trump terrà fede ai suoi proclami riguardo alla politica estera e agli scambi commerciali, l’antagonismo con i partner stranieri potrebbe ripercuotersi sulla fiducia delle imprese e dei consumatori e sui mercati.

Così potrei sbagliarmi. Il Congresso potrebbe dimostrarsi conservatore in materia di politica fiscale, ma in modo tale da contribuire a rafforzare la posizione interna di Donald.
Autore: Chris Iggo Fonte: News Trend Online

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