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venerdì 11 novembre 2016

Siamo all’inizio di una nuova era?


Ieri i mercati hanno vissuto la seconda giornata della nuova era. Non si pensi che il termine usato sia eccessivo, poiché se Trump dovesse realizzare anche solo metà del suo programma elettorale, imprimerebbe una svolta epocale all’andamento dell’economia mondiale e dei mercati finanziari.
Tranquillizzo subito i miei lettori.
Non sono saltato sul carro del vincitore. Che questa svolta realizzi un aumento del benessere e della pace per il mondo intero non sono affatto convinto. Anzi, credo che nel medio termine creerà danni che si aggiungeranno a quelli prodotti dalle precedenti generazioni di politici.
Ma certamente di svolta epocale si tratterà, se Trump farà seguire i fatti alle promesse, perché in tal caso dovrebbe imprimere un ribaltamento notevole dello schema seguito finora dai suoi predecessori e ancora oggi dall’establishment europeo.
Lo schema che è andato in scena a partire dalla grande recessione del 2008 è così sintetizzabile (mi scuso per l’eccesso di sintesi):
  • reazione allo shock della crisi finanziaria con il salvataggio delle banche con soldi pubblici;
  • primo importante stimolo fiscale e monetario per fermare la recessione;
  • successivo affidamento alla politica monetaria del ruolo di stimolo, mentre i governi hanno attuato politiche di risanamento dei bilanci (tiepide in USA, più robuste in Europa);
  • sostegno alla new economy tecnologica e alla conversione energetica con fonti rinnovabili;
  • mantenimento della globalizzazione, seppur in presenza di forti elementi di disturbo sociale (l’impoverimento della classe media) e geopolitico (terrorismo e guerra mondiale a macchia di leopardo).
Il risultato di questo schema è stato insoddisfacente dal lato della crescita economica, che è risultata dappertutto molto inferiore ai precedenti periodi di ripresa post recessione.

Infatti molti osservatori, ed io tra essi, hanno definito l’attuale momento come la prima parte di una fase di stagnazione secolare, destinato a durare ancora molto tempo.
La latitanza della crescita ha portato anche il nuovo fenomeno della scomparsa dell’inflazione, che finora gli ingenti sforzi delle banche centrali non sono riusciti a rianimare.
L’arrivo di Trump potrebbe demolire questo schema, abbattendo molti dei pilastri che lo sostengono.
Infatti, stando ai suoi sconclusionati discorsi della campagna elettorale ed al suo programma, si possono individuare alcune idee forti che, se realizzate, smonterebbero praticamente tutti i pilastri ch lo reggono.
La prima idea, che gli ha fatto vincere le elezioni è: basta globalizzazione.

Chiudiamo i cancelli agli immigrati, mettiamo dazi alle importazioni dalla Cina e cerchiamo di crescere per vie interne. Riportiamo in USA la produzione e gli utili che ora sono fatti all’estero dalle nostre multinazionali.
La seconda idea è: basta con i tassi a zero e la politica monetaria accomodante.
Riportiamo il controllo dell’economia alla Casa Bianca e pensiamo noi a stimolare la crescita, attivando un piano di investimenti per ricostruire le infrastrutture invecchiate e riducendo in modo sostanziale le tasse sulle imprese, e magari anche un po’ sulle persone. 
La terza idea è: basta con l’ecologia.

Non è vero che il mondo si scalda per colpa dell’industria. Pertanto smettiamola con i protocolli di Kioto e di Parigi, che vogliono ridurre la temperatura globale. Torniamo alla vecchia energia fossile e incentiviamo lo shale oil e anche le centrali a carbone, per non dover più dipendere dagli arabi.
Una quarta intenzione, che non ha esplicitato del tutto, ma che si intravede, mi sembra essere: basta con la new economy e torniamo alla old economy.
Smettiamola con software, cloud, social network e torniamo al caro, vecchio mattone e al puzzolente petrolio, le basi del business americano tradizionale. Si comprende perciò la preoccupazione degli esponenti delle grandi corporation del web, che infatti hanno sostenuto in massa la perdente Hillary.

Per loro la via facile alla smodata ricchezza, realizzata anche spostando le sedi legali nei paradisi fiscali, potrebbe complicarsi, specie se il protezionismo penalizzasse il resto del mondo, vorace consumatore dei servizi web di Apple, Google, Amazon, Facebook, Netflix.
Come si vede, non c’è un solo pilastro dello schema attuale che non venga messo in discussione.
Si comprende perciò la profondità degli sconvolgimenti in atto, che i mercati debbono anticipare, perché questo è il loro mestiere.
In soli due giorni abbiamo assistito a svolte decise di trend che duravano anni.
Quello che fa più impressione è la rapidità con cui i rendimenti sui Treasury sono schizzati al rialzo.

Il decennale USA una settimana fa rendeva 1,78%. Ieri è arrivato fino al 2,15%. Ben 37 punti base di rialzo, realizzati quasi tutti nei primi due giorni dell’era Trump. E’ assai più dell’aumento dei tassi che farà la FED a dicembre, che è già più che incorporato nei prezzi attuali.
Anche il Bund è stato costretto a seguire, sebbene con minor foga, e si è portato a 0,29%. I mercati stanno pesantemente scommettendo che l’equilibrio tra falchi e colombe nel FOMC verrà rotto con la vittoria dei primi e la stessa Yellen, che prima del voto sapeva che il Presidente la voleva accomodante, ora dovrà fare i conti con il nuovo in quilino della Casa Bianca, che vuole i tassi in rialzo e l’ha aspramente criticata in campagna elettorale, fino a far pensare ad un suo licenziamento.
Questa inversione di tendenza dei rendimenti potrebbe rafforzarsi se Trump attuerà il suo programma, che è potenzialmente inflazionistico e in grado di far lievitare in modo consistente il debito pubblico e l’emissione di bond per finanziarlo.

Questo scenario sarebbe in grado di far scoppiare la bolla speculativa sull’obbligazionario e far piangere i cassettisti che in questi anni hanno comprato bond e visto lievitare le quotazioni.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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