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martedì 8 novembre 2016

Quantitative easing "bombardato" in Germania, gli stimoli di Draghi sgraditi

Quantative easing, cresce il dissenso in Germania
In poche ore, due dichiarazioni piuttosto critiche in Germania contro il “quantitative easing” della BCE, guidata esattamente da cinque anni dal governatore Mario Draghi. La prima arriva dal consiglio degli esperti economici al servizio del governo tedesco come consiglieri, i cosiddetti “saggi”, capeggiati da Christoph M.Schmidt, che hanno riconosciuto da un lato che gli stimoli monetari di Francoforte avrebbero contribuito alla ripresa dell’Eurozona, ma allo stesso tempo hanno chiesto che siano cessati, rallentando da subito il ritmo degli acquisti mensili di bond, ad oggi pari a 80 miliardi, in quanto considerati non più appropriati rispetto alle condizioni economiche dell’area.
Secondo gli esperti tedeschi, il QE maschera i problemi strutturali dell’area e minaccia la sua stabilità finanziaria. Nemmeno la Germania, avvertono, starebbe approfittando della crescita per orientare le sue politiche a sostegno del mercato, compreso quello del lavoro, in modo da integrare i 900.000 profughi sul suolo tedesco, grazie alla maggiore flessibilità. Gli stessi chiedono che i requisiti patrimoniali imposti alle banche vengano rafforzati, elevando il rapporto tra capitale e assets ad almeno il 5% e perseguendo ratios più alti per le grandi banche. Inoltre, chiedono che la UE si riformi, necessità evidenziata anche dalla Brexit. (Leggi anche: Draghi verso un difficile equilibrio sul quantitative easing)

Draghi accusato di favorire l’azzardo morale

Nelle stesse ore, un altro colpo di grazia al QE di Draghi arrivava sempre dalla Germania, ma stavolta dal capo-economista di Deutsche Bank, l’istituto nell’occhio del ciclone negli ultimi mesi, a causa dei suoi guai giudiziari negli USA e alla montagna di contratti derivati sottoscritti.
David Folkerts-Landau ha compiuto una dura reprimenda della politica monetaria di Draghi, accusato di “auto-compiacersi” troppo delle sue misure, spiegando che dal “whatever it takes” di oltre 4 anni fa non avrebbe, invece, ottenuto alcun risultato: l’Eurozona non ha quasi esitato alcuna crescita, il suo mercato del lavoro segnala il peggiore sviluppo tra le economie avanzate, la disoccupazione giovanile è sopra il 20%, i bilanci pubblici degli stati “core” sono sempre più gravati da debiti e non vi sono più riforme, dato che il corso dei titoli non funge più da indicatore del mercato. Al contempo, aggiunge, i risparmiatori sarebbero coinvolti nella bolla finanziaria. Con il “whatever it takes”, conclude, Draghi ha incrementato l’azzardo morale a livelli molto più ampi. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi dovrà accontentare i tedeschi)

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