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mercoledì 23 novembre 2016

Prepararsi all’arrivo della Trumpflazione

Marcus Brookes, Head of Multi-Manager, Schroders (Francoforte: 929969 - notizie) , spiega che l’inflazione ha già riaccelerato nel corso dell’ultimo anno, ma ora, la cosiddetta “Trumpflazione”, cioè l’effetto delle politiche che probabilmente seguiranno l’elezione di Donald Trump negli USA, aumenterà ulteriormente la pressione sui prezzi.
È vero che il quantitative easing, disegnato per incoraggiare l’inflazione, ha ampiamente fallito - spiega Marcus Brookes -. Ora però, dopo otto anni di convalescenza, l’economia globale sta mostrando segnali di stabilità, anche nelle aree maggiormente colpite, come l’Europa. A nostro avviso, il vento sta cambiando, anche se la frase “più bassi più a lungo”, con riferimento alla bassa crescita, alla bassa inflazione e ai tassi bassi, continua a prevalere nelle valutazioni di molti investitori. Il cambiamento che, al contrario, abbiamo iniziato a notare è che alcune aree stanno registrando trend migliori delle attese. Ciò porta alla conclusione che la crescita economica sia in procinto di aumentare di una misura sufficiente da influenzare l’inflazione. Basta guardare ai dati sull’occupazione. Sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito la disoccupazione è intorno al 5%, un valore molto vicino alla piena occupazione.
Ipotizziamo uno scenario di lieve incremento dell’attività economica - spiega Marcus Brookes -. Gli imprenditori sono in grado di vendere maggiori beni e servizi, il che necessita di un’espansione del business che, a sua volta, può richiedere nuove assunzioni, talvolta anche strappate ad altre occupazioni. In quest’ultimo caso, gli imprenditori devono offrire salari più alti per tentare i lavoratori, facendo salire il prezzo del lavoro. Abbiamo già visto dati che segnalano un incremento dei salari orari medi. Ciò implica che i dipendenti stanno finalmente ricevendo aumenti di stipendi superiori all’inflazione, il che storicamente ha sempre condotto a un’accelerazione dell’inflazione stessa. Inoltre, anche il petrolio sta contribuendo a mettere pressione sui prezzi. Passato il punto più basso toccato a febbraio 2016 a 26 dollari al barile, il petrolio ha sempre contribuito all’inflazione.
In questo contesto, gli investimenti in aree che generalmente traggono beneficio da un generalizzato incremento dei prezzi, come le commodity, i finanziari e le compagnie cicliche, stanno già beneficiando positivamente del trend di inflazione superiore alle attese. Marcus Brookes ritiene che possa essere arrivato il momento di alcune parti “value” del mercato e di alcuni titoli sottovalutati. Inoltre l’oro, asset che normalmente performa bene quando l’inflazione sale, resta una parte importante dei nostri portafogli. 
Marcus Brookes vede la possibilità che si verifichi un effetto “Trumpflazione”. Le politiche precise che verranno implementate dal prossimo Presidente statunitense sono sconosciute. Se però la nuova amministrazione terrà fede alle promesse elettorali sulla stretta all’immigrazione, allora sorgeranno nuove pressioni salariali. Se verranno introdotti nuovi dazi doganali, sarà provocato un incremento dei prezzi sia negli USA che all’estero per via dell’aumento del costo dei beni. Se Trump lancerà un colossale programma di miglioramento delle infrastrutture, come accennato durante il discorso della vittoria, allora anche questo potrà contribuire alla salita dell’inflazione.
“Più bassi più a lungo” si è rivelato un mantra corretto per molti anni, ma forse ora ci stiamo spostando più verso “un po’ più alti, un po’ prima”.
Autore: Pierpaolo Molinengo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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