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giovedì 24 novembre 2016

Petrolio: ora Putin fa venire il mal di testa all'OPEC



E' nel segno della cautela la reazione del mercato ai segnali contrastanti che giungono nelle ultime ore dai principali attori coinvolti nel piano di riduzione della produzione di petrolio, in vista della decisiva riunione Opec in calendario il prossimo 30 novembre a Vienna.  
Tanto il Brent, benchmark globale, quanto il greggio americano WTI viaggiano al momento poco sopra la perfetta parità, rispettivamente a 49,05 e 48,04 dollari.
Segno che dopo le oscillazioni degli ultimi giorni gli operatori attendono adesso segnali più chiari: il prezzo del petrolio si era spinto sopra i 50 dollari a inizio settimana grazie all'intensificarsi delle attese di un esito positivo dei negoziati in corso, per poi riscivolare ai primi dubbi sull'effettiva possibilità di mettere nero su bianco con cifre e percentuali ben definite il programma di distribuzione delle quote di riduzione tra i vari Paesi.
“Con un flusso continuo di dichiarazioni di sostegno, i paesi membri del cartello hanno alimentato le aspettative" ha dichiarato in una nota JBC Energy, secondo cui adesso il mercato richiede che venga fuori qualcosa di concreto: molti analisti prevedono un brusco crollo dei corsi del greggio se l'Opec dovesse fallire. 

Il problema Russia

Dopo settimane dominate dalle discussioni sul coinvolgimento di Iran e Iraq,  sembra in queste ore la Russia la fonte maggiore di preoccupazione.
Nei mesi scorsi le autorità russe hanno sempre manifestato una inclinazione verso l'ipotesi di un "congelamento" della produzione nazionale più che verso un vero e proprio taglio, ma secondo alcune fonti l'Arabia Saudita e altri paesi del cartello petrolifero hanno sempre mantenuto la speranza che alla fine Mosca decidesse di associarsi all'Opec e riducesse anch'essa l'output.
Il problema è che dire, come ha fatto Putin domenica scorsa, che per i russi "non costituisce un problema congelare la produzione", può anche essere letto in controluce come l'avvertimento che sarebbe problematico invece ridurla.
L'equivoco è pronto a manifestarsi il 28 novembre, quando si svolgeranno i colloqui tra membri Opec e non-Opec a margine della riunione del cartello petrolifero.

Anche da quei colloqui, cui dovrebbero partecipare Russia, Azerbaijan e Messico, dipenderà la sorte di qualsiasi accordo. 
Secondo l'agenzia Bloomberg, se la Russia dovesse tentennare all'idea di addossarsi una quota del programma di riduzione complessiva della produzione globale, i sauditi potrebbero riconsiderare tutto l'accordo nel suo complesso. 
Per Amrita Sen, analista di Energy Aspects Ltd, "i negoziati proseguiranno fino all'ultimo momento, ed è probabile che l'esito si deciderà sul filo di lana"
Non è d'aiuto d'altra parte lo scarto tra dichiarazioni russe e la continua intensificazione nelle estrazioni degli ultimi mesi.

Da settembre, Mosca ha aggiunto alla sua produzione altri 500 mila barili al giorno e la produzione russa è giunta ai livelli record di 11,2 milioni di barili al giorno. 



Petrolio a 25 dollari?

In questo contesto, possono essere considerati come ulteriori segnali lanciati agli interlocutori impegnati nel negoziato le dichiarazioni giunte, sempre oggi, da area russa.
Da un lato, quella del ministro dell'energia Alexandre Novak, per il quale mantenere la produzione ai livelli correnti da parte di Mosca "significherebbe già dare un contributo".
Per il ministro, secondo cui entro la fine dell'anno "il mercato registrerà un eccesso di offerta di circa 1 milione di barili al giorno", un "congelamento" rappresenterebbe "una riduzione di 200-300mila barili al giorno della produzione" prevista per il 2017.

Insomma un "taglio" sulla previsione di una crescita ulteriore di una produzione già oggi enorme...  
Parallelamente, in un'intervista rilasciata a Forbes, Elvira Nabiullina, governatrice della banca centrale russa, ha dichiarato che la il sistema bancario della Russia può fronteggiare uno scenario di prezzi fino a 25 dollari il barile.
 

"E’ uno scenario improbabile, ma non catastrofico per la Russia, anche se potrebbe portare a un indebolimento del rublo”, ha aggiunto la governatrice, specificando che la prospettiva più prevedibile resta quella di una stabilizzazione dei corsi del greggio tra i 40 e 50 dollari al barile da qui al 2018.

Restano i problemi legati a Iran e Iraq

Le difficoltà legate ai record di produzione russi non diminuiscono nel frattempo le preoccupazioni legate al ruolo di Iraq e Iran.

Su questi ultimi, grava tra l'altro da giorni la minaccia di un ritorno alle sanzioni con l'arrivo di Trump alla Casa Bianca.
Quanto agli iracheni, dichiaratisi restii nelle settimane scorse a porre un tetto alla produzione per via del coinvolgimento nella guerra contro l’Isis, il ministro del Petrolio Haider Al-Abadi ha parzialmente fatto retromarcia nelle scorse, dichiarando che l'Iraq è adesso disponibile a contribuire alla distribuzione di quote di riduzione: un ostacolo in meno in un percorso che si preannuncia ancora irto di ostacoli. 

La view di Nomura

"C'è un 70% di probabilità che i membri dell'Opec riescano ad accordarsi un taglio della produzione di 1 milione di barili al giorno." E' quanto dichiarano in una nota delle scorse ore gli analisti di Nomura, secondo i quali una riduzione dell'output di queste proporzioni innescherebbe un rialzo di oltre due dollari al barile.
"L'Opec ha storicamente registrato una buona capacità di "prendere decisioni urgenti per tagliare la produzione per dare un impulso ai prezzi.

Dopo la bancarotta di Lehman Brothers, il cartello è riuscito a spingere i corsi del greggio da dollari al barile a oltre 80 dollari in 12 mesi", si legge nel report. 
Se verrà annunciato il taglio, i prezzi del greggio a livello globale dovrebbero salire, secondo Nomura, di 2 dollari dai livelli attuali.

 


Fonte: News Trend Online

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