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martedì 29 novembre 2016

Petrolio, OPEC nel caos: il taglio dell'offerta si allontana, Russia contraria

Petrolio, OPEC nel caos su taglio offerta
Incredibili gli aggiornamenti del fine settimana, alla vigilia del vertice OPEC, sull’accordo per il taglio dell’offerta, preliminarmente raggiunto ad Algeri due mesi fa e in base al quale la produzione congiunta dei 14 membri dovrebbe scendere a 32,5-33 milioni di barili al giorno dal 33,64 di ottobre. L’Arabia Saudita ha annullato la sua partecipazione all’incontro di oggi con i membri al di fuori dell’organizzazione, tra cui la Russia, sostenendo di ritenere inappropriato il faccia a faccia con gli altri paesi, quando all’interno dell’OPEC si registrano divisioni su come tagliare l’eccesso di offerta e ripartirlo tra i membri.
In queste ore, i ministri del Petrolio di Algeria e Venezuela sono in volo verso Mosca, nel tentativo disperato di convincere il più grande produttore energetico mondiale, non membro OPEC, di contribuire al taglio dell’offerta. Il cartello propone a economie come Russia, Messico e Kazakistan di ridurre la loro produzione di 600.000 barili al giorno complessivamente, ma il ministro russo Alexander Novak si è detto favorevole solamente a un “congelamento”. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC ci sarà)

Sauditi ora frenano sul taglio della produzione

Che la situazione sia sul punto di precipitare lo dimostrerebbero anche le parole del ministro saudita Khalid al-Falih, che ieri commentando i lavori preparatori al vertice di mercoledì dell’OPEC, ha dichiarato che i prezzi del greggio sarebbero destinati a risalire nel 2017, anche in assenza di un taglio dell’offerta OPEC, grazie alla crescita attesa della domanda, tra cui quella USA.
Riad segnala di essere disposta anche a non tagliare la propria produzione, limitandosi a congelarla, quando è salita ai massimi di sempre, negli ultimi mesi, intorno ai 10,6 milioni di barili al giorno. Se già gli analisti avevano messo in guardia dal rally di breve periodo sul mercato del petrolio, nel caso di raggiungimento di un accordo OPEC, adesso le probabilità di una discesa delle quotazioni per l’ennesimo possibile flop dell’organizzazione sono reali. (Leggi anche: Petrolio, quotazioni a 50 dollari: risalita stabile?)

Nessuno vuole tagliare l’offerta, Trump vuole aumentarla

Il problema è sempre lo stesso: tutti nell’OPEC vogliono ridurre la produzione complessiva, in modo da avvicinare l’offerta alla minore domanda, ma nessuno vorrebbe tagliare al propria. L’Iran punta apertamente ad accrescerla di qualche mezzo milione di barili al giorno, in modo da tornare alla sua quota pre-embargo, mentre la Nigeria sta già aumentandola, dopo le interruzioni accusate nel corso dei primi mesi dell’anno per gli atti di sabotaggio dei pozzi ad opera di un gruppo di guerriglieri interni. Anche l’Iraq sta aumentando le estrazioni, rivendicando il diritto di rifarsi, dopo che per mesi parte della produzione è stata gestita dai jihadisti dell’ISIS, ora cacciati dai siti petroliferi.
A conti fatti, restano i 4-500.000 barili al giorno messi sul piatto dai sauditi, i quali, però, non vogliono essere gli unici a risollevare le sorti del mercato, temendo di regalare quote di mercato agli acerrimi avversari iraniani, così come anche agli americani, che sotto la presidenza Trump spingeranno per aumentare la loro produzione di “shale”, rendendosi meno dipendenti dall’estero.
Gli USA potrebbero creare problemi alla strategia dell’OPEC anche nel caso di un accordo, perché le compagnie petrolifere americane potrebbero trovare conveniente riesumare parte della produzione abbandonata nei mesi scorsi, qualora le quotazioni risalissero in prossimità dei 60 dollari. Anzi, sarebbe un grosso favore alla politica del “drill, baby, drill!” della nuova amministrazione. In questo istante, il prezzo del Brent scivola dello 0,78% a 46,87 dollari, quello del Wti americano dello 0,83% a 45,67. (Leggi anche: Petrolio, scoperto giacimento in Texas da 900 miliardi)

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