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lunedì 21 novembre 2016

Mps, conversione e rischio bail in: i rischi


Protagonista oggi, in negativo a Piazza Affari, Banca Mps è oggetto di più di una paura da parte degli azionisti, dei correntisti e dei titolari di bond subordinati. Ma cosa sta succedendo? Lo spettro del bail in sta prendendo forma e con lui anche i timori da parte dei diretti interessati.
Ma procediamo con ordine.
L'autorità europea di Risoluzione Bancaria ha recentemente sottolineato come l'intera operazione per il salvataggio di Mps sia particolarmente complessa.

Cosa significa questo?

Che il problema di fondo della banca senese è a sua volta estremamente ampio e che, nel caso di fallimento del piano stesso, non si dovrà escludere l'applicazione delle norme riguardanti il salvataggio delle banche, salvataggio che, per volontà di legge, non potrà più essere fatto dalle autorità nazionali dei singoli stati ma dalle banche stesse.
Lunedì scorso il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha già approvato i termini della conversione in azioni degli 11 bond subordinati: prezzo di conversione per i bond Tier 1 (più rischiose) all’85% e sui Tier 2 il prezzo punta direttamente al 100%.
Valore dell'operazione 4,289 miliardi di euro. Ma questa è solo la proposta, ovvero il piano che è stato avanzato alla Consob e che dovrà essere approvato. Caso contrario, quindi nell'eventualità che le autorità italiane non diano il nulla osta, allora si profilerà all'orizzonte un possibile bail in come Europa vuole.

Convertire o no? 

Non solo, ma resta anche l'opzione del mancato raggiungimento delle adesioni (che partiranno da fine novembre). Chi converte i suoi bond arriverà ad essere titolare di azioni dell'istituto ma questo rischia di creare una situazione ancora più delicata dal momento che il salvataggio della banca non è per nulla certo e quindi si rischia di perdere tutto: ignorare l'appello significherebbe zavorrare (e non poco) l'intera manovra pregiudicando il salvataggio e, quindi, rendendosi direttamente complici della rovina (propria e dell'istituto stesso), ma d'altra parte, aderire, potrebbe non solo significare di trovarsi carta straccia in mano ma esporre quel poco eventuale valore rimasto alla tempesta del mercato che proprio in queste ultime sedute sta penalizzando il settore credito e che da genaio ha portato l'azionario di Mps a perdere circa il 70% del suo valore.

A stemperare la tensione è Guido Antolini, vicepresidente di Azione Mps, il quale, ovviamente, tenta di rassicurare ricordando che i rischi per chi converte i bond sono gli stessi: il peggio che potrà capitare con un flop dell'operazione di ricapitalizzazione sarà quello di essere obbligazionisti subordinati “escludendo il rischio di azioni azzerate”.

Le banche temono

Tutto il ricavato dell'operazione sarà veicolato verso la ricapitalizzazione da 5 miliardi.
Il rischio in caso di fallimento, in quest'operazione ad incastro in cui il successo di ogni singolo passo è condizione indispensabile per avviare il successivo, riguarda il fatto che le banche del consorzio potrebbero decidere di non garantire il prestito ponte per l'aumento di capitale mancante facendo perciò scattare gli strumenti di risoluzione di cui al D.

Lgs. 16 novembre 2015, n. 180. 
In altre parole il bail in. A mettere le mani avanti sono state già JPMorgan e Mediobanca che hanno parlato di 3 punti fermi che dovranno realizzarsi necessariamente affinché la loro partecipazione sia garantita: la conversione deibond in azioni Mps, l’arrivo di investitori esterni e la cartolarizzazione dei crediti più problematici. 
Fonte: News Trend Online

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