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martedì 22 novembre 2016

Mercati & referendum costituzionale: un finale già scritto…


Massimo Saitta, Direttore Investimenti di Intermonte Advisory e Gestione (la divisione di Intermonte SIM che si occupa di risparmio gestito ed advisory) spiega che il 4 dicembre prossimo si terrà il terzo degli eventi politici di rilievo del 2016 dopo il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’unione europea del giugno scorso e le presidenziali USA di qualche giorno fa.
Se a prima vista può sembrare “forzato” accostare la chiamata referendaria italiana all’effetto degli appuntamenti politici citati, e sicuramente dal punto di vista strettamente politico lo è, sotto il profilo dei mercati finanziari lo è molto meno.
L’Italia infatti rimane, per le dimensioni del debito pubblico e per il ruolo geopolitico che riveste in questa fase (basti pensare al tema dei costi connessi all’accoglienza dei migranti, del sisma e alle relative polemiche sulla copertura di tali costi), un osservato speciale.

L’importanza dal punto di vista finanziario travalica quindi quella strettamente politica e sarà in grado di condizionare l’andamento dei mercati non solo in ambito domestico ma europeo.
Il referendum sembra pertanto rappresentare, parafrasando una terminologia bancaria molto in voga, un rischio sistemico all’interno dell’Unione Europea specie dopo l’esito del Brexit essendone stato un membro fondatore e rappresentando comunque la terza economia continentale per dimensioni (ex UK) - spiega Massimo Saitta -.

Le difficoltà che la ripresa economica domestica sta incontrando pur con il massiccio aiuto del QE della Banca centrale Europea mettono a rischio la stabilità economica europea con evidenti riflessi di natura politica (legati alla diffusione dei movimenti populisti) che alla vigilia delle elezioni nel 2017 in Francia e Germania possono essere pericolose.

Perché il referendum italiano è importante non solo per il mercato italiano ma per l’ Europa in generale

Pensare che il referendum costituzionale rappresenti un elemento di incertezza solo per il mercato azionario italiano è difficile - spiega Massimo Saitta -.

Oltre alle ragioni poc’anzi espresse, infatti, il risultato del referendum potrebbe condizionare  l’esito delle ricapitalizzazioni bancarie previste a ridosso dell’evento. Il focus è prevalentemente concentrato sull’aumento di capitale del Monte dei Paschi, che dovrebbe avvenire esattamente a cavallo del 4 dicembre.
Infatti, con la situazione sostanzialmente congelata prima del voto sembra essere estremamente complicato trovare un investitore di rilievo che possa fare da cardine all’operazione e la conversione dei bond subordinati in azioni di nuova emissione diventa una scelta che poggia su uno scenario futuro estremamente confuso.
Analoga situazione, anche se con un diverso grado di complessità, potrebbe riguardare Unicredit alle prese con una ricapitalizzazione che sembra includere un aumento molto significativo  della copertura delle sofferenze e degli incagli.
Se l’esito del referendum dovesse complicare più di quanto già siano difficili queste due operazioni, l’effetto contagio sugli istituti continentali (Deutsche Bank in primis ) potrebbe essere immediato - spiega Massimo Saitta -.

Nell’attuale contesto di generalizzato  rialzo dei rendimenti dei titoli governativi, ulteriormente accelerato post-Trump, non è certo che l’argine della BCE possa reggere. Lo spread BTP-Bund potrebbe andare a peggiorare creando un ulteriore problema su un Paese dell’Unione non secondario.
Alcuni commentatori autorevoli, quali Munchau dalle pagine del Financial Times, paventano il rischio che un voto NO al referendum possa rappresentare la condizione per una implosione dell’euro.
Per quanto non sottovalutiamo la gravità della cosa, ci sembra comunque una possibilità piuttosto remota dal momento che la situazione economica attuale del nostro Paese è molto diversa rispetto al 2012 quando in piena crisi greca il BTP decennale rendeva quasi il 7% rispetto al 2% attuale, aveva un disavanzo di bilancio del 5% del PIL rispetto al 2,4% attuale (ben sotto il livello di Francia e Spagna).

Come gli investitori stranieri “vedono” il referendum

I temi sottostanti alla chiamata referendaria, già complessi per chi è direttamente interessato dal voto, non sembrano essere assolutamente oggetto di particolare approfondimento da parte degli investitori stranieri - spiega Massimo Saitta -.

La personalizzazione iniziale del voto (“se perdo me ne vado”) fatta dal premier Renzi da un lato e il compattamento dei diversi quesiti referendari in un’unica posizione di voto hanno fatto sì che dall’estero il referendum sia visto solo come una conferma o meno della volontà di proseguire con il processo di riforme portato avanti dal governo Renzi.
Una visione forse semplicistica ma che rende l’esito dell’evento se possibile ancora più binario rendendo i mercati ancora più nervosi.
Non bisogna peraltro dimenticare il precedente recente del voto sul Brexit con il quale il referendum italiano condivide più o meno la genesi in termini cronologici (dicembre 2015 per Brexit e marzo/aprile 2016 per il referendum italiano) e la finalità ultima della leadership che ha promosso questi due eventi di rafforzarsi sia verso i partiti dell’opposizione che, soprattutto, all’interno del proprio partito politico - spiega Massimo Saitta -.

In pratica quindi alcuni commentatori vedono una vittoria del No come “l’inizio della fine” del processo di riforme virtuoso iniziato da Renzi e vedono un futuro fosco dominato da incertezza politica e prevalenza dei movimenti populisti (M5S) che potrebbe addirittura portare ad un referendum sull’euro da parte dell’Italia.

Come i sondaggi vedono il referendum

I sondaggi sul referendum costituzionale vedono attualmente il NO in vantaggio sul SI sulle intenzioni di voto con una percentuale che oscilla tra i 4 gli 8 punti percentuali a secondo delle case che hanno condotto il panel (secondo il Sole 24Ore sarebbe in vantaggio il NO 34% vs 29%).

Rimane molto elevata la quota degli indecisi o i propensi all’astensione che oscillano intorno al 35%/40%.

Ultimi sondaggi ufficiali dei principali quotidiani al 18 novembre

Con una componente così elevata di incerti i sondaggi perdono veridicità e quindi la possibilità che il voto esprima un risultato diverso da quello intercettato dal sondaggio è statisticamente significativa.
A tal proposito riportiamo il risultati dei sondaggi sul voto nel Regno Unito nei giorni immediatamente precedenti alla data del voto e quelli relativi alle presidenziali USA precedenti all’8 novembre scorso. I primi vedevano il Brexin in vantaggio sul Brexit  seppur di misura con il 52% rispetto al 48%.

I secondi davano la candidata democratica Hillary Clinton in vantaggio sul repubblicano Trump fra i 3,3 e i 4,6 punti percentuali. Sappiamo come è finita in entrambi i casi per cui il beneficio del dubbio anche per quanto ci riguarda direttamente deve avere un suo spazio. Pesa probabilmente anche una certa riluttanza di una parte degli intervistati a svelare le reali scelte di voto in particolare di fronte a decisioni meno “presentabili” rispetto all’opinione comune prevalente.

Cosa succede se vince il sì e cosa succede se vince il no politicamente: possibili evoluzioni del governo

Se vince il NO

Per quanto la percezione (estrema) di alcuni investitori sia che l’eventuale vittoria del No al referendum possa portare ad una “Italexit”, questa ipotesi non ha al momento grande fondamento politico.
E’ invece quasi certo che il PM Renzi rassegnerebbe le dimissioni - spiega Massimo Saitta -.

Poiché il tema della riforma costituzionale è stato disgiunto da quello della riforma del sistema di voto (il c.d. Italicum), la fase successiva dovrebbe comunque passare da una convergenza di interessi tra l’attuale governo e una parte delle forze centriste che si allei per definire uno schema di voto che possa rintuzzare l’assalto delle componenti più populiste che stanno guadagnando consensi in molte delle ultime tornate elettorali che si sono tenute.
Le ipotesi più accreditate sono sostanzialmente due.

In entrambe i casi si tratterebbe di una coalizione allargata che vedrebbe o la costituzione di un governo tecnico (Padoan?), di scopo (Grasso?) oppure un reincarico allo stesso Renzi. L’obiettivo sarebbe quello di dare vita a un governo che porti avanti l’approvazione della legge di bilancio e vada a rivedere l’Italicum.
Una volta approvato potrebbe indire nuove elezioni nella seconda parte del 2017 andando ad arricchire la già affollata lista delle elezioni politiche europee del primo semestre del prossimo anno. 

Se vince il SI 

Nel caso il sì si dovesse affermare l’attuale governo ne uscirebbe rafforzato e molti problemi di breve periodo avrebbero un sollievo - spiega Massimo Saitta -.

Rimane il fatto che l’Italicum sarebbe da riformare forse con una minore convergenza di interessi rispetto al caso in cui vinca il no. Una parte dell’attuale partito di maggioranza potrebbe osteggiare Renzi in questo compito e non è detto che avrebbe lo stesso supporto da alcuni dei partiti attualmente all’opposizione.
Avrebbe però più tempo (il mandato scade nella primavera del 2018) per un’azione di governo che risolva alcune delle questioni spinose sul tavolo.

Cosa succede se vince il sì e cosa succede se vince il no sul mercato azionario: possibili evoluzioni 

Se vince il NO 

L’evidenza del Belgio prima e della Spagna poi che hanno vissuto lunghi perio Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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