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venerdì 4 novembre 2016

L’incognita economica (sottovalutata) delle elezioni Usa


A 5 giorni dalle elezioni statunitensi, le incertezze intorno ai candidati, aumentano. Come se ciò non bastasse, a complicare le cose c’è un’ulteriore incognita che non tutti considerano e che avrà un impatto determinante sui mercati: quella del Congresso.

L'incognita del Congresso

Infatti l’8 novembre gli elettori statunitensi sono chiamati a rinnovare anche entrambi i rami del Parlamento e, come ricordano gli analisti di Amundi, “l’impatto economico delle elezioni dipenderà sostanzialmente da quale partito ne avrà il controllo”. E attualmente il controllo è in mano repubblicana con proiezioni che confermerebbero lo status quo anche perchè gli statunitensi sono un popolo tendenzialmente baricentrico e quindi è facile che preferiscano un equilibrio della situazione dividendo il potere tra i due partiti.

Per questo motivo gli analisti di Amundi guardano al prossimo 8 novembre con una view che comprende 3 scenari diversi. Il primo, che si dovrebbe verificare con percentuale intorno all80%, vedrebbe l’elezione di Hillary Clinton alla Presidenza e la Camera dei Rappresentanti in mano repubblicana mentre il Senato potrebbe registrare la rotazione di un terzo dei sui membri privilegiando i democratici.
Il secondo, invece, più difficile da realizzarsi con il 19% di probabilità, ma ancora possibile, sarebbe l’elezione di Donald Trump il quale, però, dovrebbe modificare parte delle sue proposte elettorali a causa delle sue posizioni estremiste che gli hanno alienato l’appoggio di molti componenti del suo stesso partito.

Anche per questo motivo il terzo scenario, quello che non arriva che all’1% delle possibilità, s’incarnerebbe in un’elezione di Trump che darebbe poi il via alla realizzazione completa dei progetti del tycoon, tra cui quelli di rinegoziare tutti gli accordi internazionali chiusi in passato e di deportare tutti gli immigrati.
Non solo, ma stando alle sue proposte di semplificazione fiscale che prevedono tagli anche sull’Obamacare (che verrebbe praticamente cancellato) si potrebbe prevedere, stando al report di Amundi, un aumento del già cospicuo debito Usa pari a 5.300 miliardi di dollari. Una voragine che, in caso di elezione della Clinton si ridurrebbe a “soli” 200 miliardi grazie alla sua volontà di tassare in maniera più cospicua le aziende più grandi e le fasce di reddito più alte.

370 economisti contro Trump 

Intanto gli schieramenti iniziano a farsi più netti da entrambe le parti anche in settori direttamente coinvolti.

Primo fra tutti in quello economico. 370 economisti tra cui 8 premi Nobel, si schierano contro Donald Trump, rappresentante repubblicano, la cui elezione sarebbe un rischio per l’economia Usa. Ad assecondarli anche un altro settore, quello, da sempre particolarmente potente, della stampa internazionale anche se ciò che fa riflettere è l’approccio di fondo.
Quale? L’Economist, che si schiera con la candidata democratica Hillary Clinton, afferma che l’ex segretario di Stato è “meno peggio di quanto sembri”, una definizione decisamente non esaltante, ma che rende bene la situazione che si è creata davanti agli elettori statunitensi.

Gli Usa, infatti, come più volte detto, in questa fase storica si trovano a vivere l’elezione più contrastata e indecifrabile della loro storia con due candidati che, se da una parte (quella repubblicana) non possono vantare alcuna carriera politica oltre a diverse sortite a dir poco eterodosse, dall’altra (quella democratica) si deve difendere invece da una scaltrezza al limite della scorrettezza, frutto, paradossalmente, di una carriera politica fin troppo lunga e audace negli anni.

Ma l’editoriale dell’Economist va anche oltre: il suo endorsement, parola molto di moda adesso e che indica un sostegno pubblicamente ammesso a favore di un candidato, è dovuta al fatto che l’alternativa sarebbe Donald Trump. In altre parole: tra i due mali si sceglie il minore.

La posizione del Financial Times

Anche perchè il magazine non appoggia in toto il piano della Clinton dal momento che osteggia le sue proposte sul Fisco e sugli accordi per il Trans-Pacific Pertnership, ma ammette anche che quello di Trump è un progetto destabilizzante che non promette di creare basi solide per la nazione statunitense, a sua volta alle prese con quello che è un momento storico (ed economico) estremamente delicato.

E proprio al momento storico fa rifermento, invece, la posizione dell’altro quotidiano finanziario, il Financial Times, che, con un approccio simile a quello dell’Economist, parla di una Clinton che “è la migliore speranza per il Paese e per il mondo, anche con le sue debolezze”.
Un mondo che, appunto, si trova sballottato tra la possibilità di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, con tutte le possibili, destabilizzanti, conseguenze del caso, ma anche con il ritorno di quella “guerra fredda” non dichiarata, tra Usa e Russia e il raffreddamento dei rapporti diplomatici, sempre più tesi, tra le due nazioni e tra la potenza ex sovietica e il resto (o quasi) del mondo.

Il tutto senza contare la presenza, sempre più ingombrante, di una Cina la cui preponderanza economica e soprattutto l’opacità dei suoi dati finanziari, rappresenta un fattore zavorrante per le prospettive di sviluppo e per i futuri equilibri geopolitici. 
Fonte: News Trend Online

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