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martedì 29 novembre 2016

Le attese per il 2017 guardano agli Usa. Parola di Ubs


Le Borse europee poco prima delle 13.30 segnano un andamento misto: Piazza Affari veleggia ottimista sopra l'1,6% mentre il Dax ondeggia a cavallo della parità con 0,02% in territorio positivo. Da parte loro, invece, il Cac 40 e il Ftse 100 risultano essere perfettamente speculari con il primo a +0,53% e il secondo a -0,53%.

Il referendum ancora fa paura 

Resta sullo sfondo la paura della vittoria di un no al referendum del 4 dicembre con conseguenze che, stando alle previsioni di Ubs sarebbero pesanti in particolare per i bancari.

Una piccola avvisaglia si può già intravedere non solo sullo spread in aumento (alle 13 era di 184 punti) ma anche nel confronto con la diretta concorrente dell’Italia e cioè la Spagna con rendimenti sui titoli di stato che si sono letteralmente invertiti a favore di Madrid, nonostante la nazione iberica abbia registrato un’incertezza politica derivante dai 300 giorni senza governo sebbene abbia affrontato ben due tornate elettorali e avesse rischiato di essere chiamata alle urne per la terza volta.

 
Dal comportamento delle Borse sembra che l’elezione di Donald Trump, a dispetto di tutti gli allarmi lanciati, sia invece una manna per i listini statunitensi.

La view di Ubs

A confermarlo anche l’ultimo report di Ubs che guarda proprio a Washington come al prossimo orizzonte di investimento per il 2017.
Nello specifico i settori da preferire sono healthcare, finanziari e tecnologia, oltre ai titoli indicizzati all’inflazione (come ad esempio i Tips Usa) anche se la parola d’ordine più che mai sarà diversificazione. Il motivo? Proprio un mercato finanziario ancora più polarizzato verso le banche centrali.

A questo proposito Matteo Ramenghi responsabile investimenti di Ubs wealth management Italia parla in un’intervista al Corsera, di una seconda ondata di correzione sull’obbligazionario, oltre quella registrata immediatamente dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Determinante sarà l’andamento dei tassi di interesse in uno scenario in cui i rendimenti dei bond Usa sono molto inferiori rispetto all’inflazione.
Diversa, invece, la view sulle politiche delle banche centrali delle due sponde dell’oceano: da una parte una Fed ormai sicura su un rialzo a dicembre, rialzo dato praticamente per certo, che potrebbe essere il primo step di un altro paio di strette previste per il prossimo anno. Dall’altra, invece, una Bce che, per quanto sempre disponibile ad assistere l’economia del Vecchio Continente, non è più compiacente come una volta.

Restando sempre sul panorama Usa, ci sarà un altro fattore da monitorare, secondo Ubs: l’inflazione.

Il fattore Usa

L’amministrazione Trump con il suo programma di investimenti in infrastrutture e di stimoli fiscali oltre che di ipersemplificazione delle aliquote, rischia di far aumentare oltre misura il debito pubblico.
a completare il mix esplosivo, ci sarebbero le altre scelte politiche, per il momento ancora teoriche, su immigrazione e commercio con l’estero, in nome della politica protezionista promossa dal repubblicano: numeri alla mano, nel caso specifico quelli del Committee for a responsible federal Budget, un mandato Trump confermato anche per la seconda volta, quindi fino al 2024, porterebbe il debito pubblico Usa a 145% rispetto all’attuale 104% sul Pil.

 
Ma Trump potrebbe tornare utile anche agli emergenti, sebbene solo a specifici protagonisti. Sul fronte valutario, infatti, da Ubs consigliano nell’ordine di puntare su rublo, rend, real e rupia in vista di uno sprint dell’economia mondiale il cui Pil potrebbe crescere tra il 3 e il 3,5% guidato per l’appunto oltre che dagli usa anche da Brasile e Russia mentre, in nome della più volte citata diversificazione, sull’azionario globale sarà utile guardare a Cina e India. 
Fonte: News Trend Online

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