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lunedì 21 novembre 2016

L’America corre, l’Europa arranca, l’Italia arretra



Nonostante siano ormai passate quasi due settimane dallo sconvolgente esito del voto americano, le tendenze create sui mercati dalla futura “rivoluzione Trump” continuano a persistere ed estendere i loro effetti.
Quello più evidente è il rialzo dei rendimenti, che non conosce soste.
A dire il vero una certa inversione di tendenza rispetto al piattume dei tassi a zero la si era già intravista in estate. Il Treasury decennale USA era già passato dal minimo di rendimento di 1,32 di inizio luglio fino all’area 1,80 alla vigilia del voto. Circa mezzo punto di rialzo in 3 mesi è servito a scontare ampiamente il rialzo dei tassi ufficiali che la Fed farà a dicembre ed anche a prendere atto delle prime avvisaglie di aumento dei prezzi in USA.

La vittoria di Trump e gli scenari inflazionistici che ha evocato nell’immaginario degli investitori ha però consentito di aggiungere un altro mezzo punto di rialzo in meno di due settimane, portando il rendimento venerdì scorso al 2,35%. Siamo ormai ai livelli dell’autunno della scorso anno, raggiunti con un rally che ormai presenta segni di eccesso rialzista piuttosto elevato e richiederebbe, secondo logica, una fase correttiva per essere digerito dal mercato.
Il rally dei rendimenti USA ha messo in moto altri movimenti collegati.

Quello dei rendimenti europei, rappresentati dal Bund, che è stato trascinato controvoglia al rialzo dall’impulso americano, ma che, complice l’inflazione europea che non sembra aver molta voglia di salire e le parole di Draghi, che sta cercando tutte le scuse per posticipare il più a lungo possibile la fine dell’euro-QE, nell’ultima settimana ha corretto un terzo del rialzo messo a segno nell’immediato dopo-elezioni.
L’impennata dei rendimenti USA non poteva che favorire la forza del dollaro, alimentata dai flussi di rientro dei capitali dagli investimenti nei paesi emergenti, che ora subiscono il rovescio della medaglia Trump.

Il dollar index, l’indice che misura la forza del biglietto verde rispetto al paniere delle altre principali valute, è passato dai 97 punti del 4 novembre ai 101,2 di venerdì scorso, superando anche il doppio massimo di 100,5 realizzato nel 2015. Alla luce di questa manifestazione di forza della moneta USA, il cambio EUR/USD non può che flettere, e proprio venerdì scorso ha ceduto anche quota 1,06, avvicinandosi ai minimi di dicembre (1,054) e marzo 2015 (1,046), che però dovrebbero costituire a questo punto un supporto ostico da sfondare.
La logica vorrebbe, a questo punto, dati gli eccessi accumulati da questi movimenti, che la settimana che inizia oggi fosse correttiva, sia per i rendimenti USA che per il dollaro, per consentire di assorbire le esagerazioni e fornire nuovi punti di ingresso un po’ più favorevoli a chi ha perso il primo treno del macchinista Trump.
Ma la logica di questi tempi è merce rara, come dimostra lo stesso neo-presidente, che sta preparando una squadra di governo  piuttosto sbilanciata, piena di personaggi di dubbie capacità, ma in compenso assai chiacchierati per le loro idee politicamente scorrette quando non addirittura apertamente razziste, che stanno occupando i posti della politica interna, mentre sembra che per la politica estera voglia nominare il moderato Romney come Segretario di Stato, che farà la fine del pesce in barile.
Anche i mercati azionari USA hanno continuato a salire, ma con andatura rallentata rispetto alla settimana elettorale.

L’indice SP500 sente la vicinanza dei massimi assoluti di 2.194, che fanno da calamita e da resistenza, e venerdì non è riuscito a trovare la forza di attaccarli, rinviando a questa settimana il tentativo. La performance settimana le ha comunque aggiunto quasi un altro punto percentuale alla forte salita di quella precedente. 
Meno brillante è stato il panorama europeo, con il Dax tedesco che ha fallito ancora una volta l’attacco alla resistenza di 10.820, che si sta rivelando un baluardo piuttosto ostico e resiste da 3 mesi ai ripetuti assalti dell’indice.

Peggio  ancora è andata all’indice globale Eurostoxx50, che ha avuto una perfomance settimanale negativa (-0,68%) ed ha ormai corretto metà dell’impulso attuato durante l’esuberanza post-elettorale. Non parliamo poi dell’indice italiano Ftse-Mib, che in settimana ha perso -3,25% e sta lottando con l’area di forte supporto compresa tra 16.200 e 16.000, che rappresenta la trincea estrema che lo separa dai minimi di 15.000 raggiunti al culmine del terrore Brexit.
In Italia la colpa è soprattutto delle banche, che non cessano di essere bersagliate dalle vendite, come i titoli di stato.

Il BTP decennale ha portato il suo rendimento al di sopra del 2% e lo spread col bund oltre i 180 punti base. Gli investitori temono le conseguenze del Referendum Costituzionale, che si avvicina, mentre i sondaggi registrano un allargamento delle distanze a vantaggio del NO. Renzi combatte come un leone, e trova alleati i mercati finanziari, i grandi media internazionali, come il Financial Times e la stessa Bankitalia.
Tutti evocano disastri in caso di vittoria del NO e forniscono un assist elettorale a Renzi.
Nessuno sembra ricordare che tutti i disastri annunciati prima della Brexit e gli interventi esterni per impaurire gli elettori inglesi sono serviti solo a favorire la rabbia elettorale e la vittoria dei contrari all’Europa, mentre dopo il voto non è successo nulla di clamoroso.
Certo, gli italiani non sono come gli inglesi.

Da noi le minacce e le paure forse attecchiscono meglio.
Per cui questa volta mi guardo bene dal dare retta ai sondaggi e preferisco attendere l’esito del voto. Non riesco a credere comunque che l’ambizioso Renzi se ne vada in caso di sconfitta. Vedrei come più probabile una estensione della maggioranza, dopo che Verdini ha fatto da apripista, che recuperi il cavaliere e le sue truppe, per rimettere in sella il cavaliere contro “l’antipolitica” e permettere a Renzi di purgare la sua minoranza interna.

Insomma, il partito della nazione.
Le due settimane che ci separano dal voto saranno certamente difficili per il nostro spread e le nostre banche, che hanno bloccato tutte le operazioni di risanamento in attesa del voto.
Poi la resa dei conti ci sarà. Se Renzi dovesse vincere avremmo un significativo rimbalzo.
Altrimenti potremo verificare se le minacce dei mercati erano solo fuffa per aiutare Renzi oppure se arriveranno le batoste. Perché sia chiaro che quel che abbiamo visto finora, se veramente i mercati dovessero incorporare un aumento significativo del rischio Italia, sarebbe stato solo l’antipasto.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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