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lunedì 14 novembre 2016

JPMorgan e Moody's temono per l'Italia


Il fattore geopolitico è diventato particolarmente insidioso ultimamente.

I sondaggi: inaffidabili?

Dopo la Brexit e l'elezione di Donald Trump, per giunta con un Congresso completamente rosso (colore che negli Usa indica i repubblicani), entrambi eventi inattesi e che i sondaggi avevano dato come meno probabili, le paure per l'Italia in vista del prossimo referendum costituzionale, si moltiplicano.
Per questo motivo l'entusiasmo seguito alla paura dell'elezione di Trump dev'essere calmierato: le conseguenze sul lungo termine per gli Usa e per il mondo sono difficilmente identificabili, il tutto proprio mentre, all'orizzonte, si sta avvicinando a grandi passi quella che per tutti è la peggiore e più insidiosa incognita dalla Brexit: il referendum italiano.L'aria che si respira è attendista: da una parte si aspettano i particolari tecnici del programma di governo (e per quello c'è tempo fino al 20 gennaio giorno dell'insediamento), dall'altra, invece, resta la consapevolezza che gli sconvolgimenti che arrivano dalle urne tendono ad essere riassorbiti sempre più presto dai mercati come conferma anche Stephanie Flanders, chief European market strategist di JP Morgan Asset Management.

Il che permetterebbe di lanciare un messaggio di speranza anche per la situazione dell'Italia che vedrebbe le possibili dimissioni del proprio premier all'indomani di una vittoria del fronte del No al referendum costituzionale del 4 dicembre. In realtà a spaventare è il ritorno di quella instabilità politica che storicamente ha caratterizzato da sempre i governi del BelPaese e che zavorrerebbe, secondo gli analisti di JP Morgan, ulteriormente il già lento percorso di riforme a loro volta rallentate da un iter legislativo lento e da interessi di partito.

Riforme all'interno delle quali ci sarebbe anche il salvataggio di Mps nel quale è coinvolta anche JPMorgan il cui numero uno, Jamie Dimon, è tra i papabili nella lista per la carica di Segretario del Tesoro.

La view di Moody'e S&P

JP Morgan non è l'unica a temere la consultazione popolare.
All'inizio del mese anche Moody's aveva sottolineato il parallelismo tra il processo di riforme e il parere delle urne dal momento che la nazione, per quanto possa ancora vantare un'economia ampia e diversificata, deve comunque fare i conti con diversi punti deboli tra cui il Pil che continua a indebolirsi e il mastodontico debito pubblico, atavico compagno dei conti nazionali dai tempi dell'Unità d'Italia.

A contrastare questo grosso neo, secondo quanto pubblicato da Moody's, c'è il basso debito privato e il surplus primari di bilancio. Ma le paure di Moody's non si fermano qui: nel suo ultimo studio, infatti, gli esperti parlano di una crescita globale che per il 2016 sarebbe del 2,6%, tasso che salirebbe al 3% sia nel 2017 che nel 2018.
Il boom arriverebbe dall'India ma, paradossalmente, a rallentarla sarebbero Italia, Giappone e Brasile. Per quanto riguarda gli Usa, e soprattutto al dopo elezioni, si guarda a un approccio fiscale accomodante e alla strategia di investimenti nelle infrastrutture che potrebbero bilanciare nell'immediato i pericoli derivanti, sul lungo periodo, dalla politica commerciale di probabile stampo protezionista.
Chi invece non si preoccupa più di tanto è Standard & Poor's che non più tardi di tre giorni fa ha confermato il rating a BBB-/A-3, con outlook stabile, con stime di crescita orientate al ribasso con un Pil a 0,9% nel 2016 e a 0,8% nel 2017, contro previsioni che, precedentemente, parlavano di una percentuale pari all'1,1 e all'1,3%.

Un eventuale vittoria del No sarebbe una minaccia solo se portasse a un'inversione di rotta sulla strada delle riforme costituzionali. 
Fonte: News Trend Online

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