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mercoledì 16 novembre 2016

Investimenti azionari: l’importanza delle scelte


Quali potrebbero essere le scelte operative di investimento nei prossimi anni? E le scelte migliori da operare? Iniziamo con il sottolineare che negli ultimi 30 anni i rendimenti finanziari sono stati al di sopra delle medie storiche di lungo periodo: le azioni negli USA e in Europa hanno offerto ritorni prossimi all’8%, le obbligazioni statunitensi il 5% e i bond europei il 6% circa.
Secondo Marco Palacino, Managing Director per l’Italia di BNY Mellon Investment Management, spiega che a partire dal 2008 “siamo entrati in un nuovo paradigma di bassi rendimenti ed elevata volatilità.

Ci aspettiamo che i prossimi 20 anni siano difficili per gli investitori, con i rendimenti dell’azionario statunitense ed europeo pari al 6% nel miglior scenario di ripresa economica, e fermi al 4% in condizioni di bassa crescita. Le obbligazioni potrebbero invece offrire ritorni compresi tra il 2% nello scenario più roseo e nulli o negativi in caso di stagnazione”.
In un mondo di rendimenti bassi, le strategie di gestione attive, in grado di sovraperformare gli indici, potrebbero crescere sino a rappresentare una parte sempre più importante dei portafogli.

“Man mano che i programmi di QE giungeranno al termine, potremmo assistere all’ascesa di una nuova era di gestori attivi e di cacciatori di alfa”, afferma Palacino. 
Uno scenario di rendimenti in calo presenta delle ricadute importanti. L’incertezza, in particolare, condiziona l’atteggiamento degli investitori privati e professionali, con livelli di liquidità in portafoglio in costante aumento.
Il mercato degli strumenti monetari USA è quello che a fine settembre 2016 ha visto i maggiori flussi in ingresso, superando il reddito fisso, l’azionario e i fondi alternativi. In un contesto di bassi rendimenti il timore di incassare i ribassi aumenta, anche perché negli ultimi anni i mercati hanno attraversato con frequenza periodi di correzione pari anche al 10%.

“Spesso, però, il rischio principale non è essere investiti durante gli storni, ma non esserlo durante la fase successiva di ripresa”, commenta Palacino.
Il risultato è che gli investitori, oggi, devono assumere maggior rischio in portafoglio per mirare a raggiungere gli stessi rendimenti di un decennio fa.
“Nel 1995, un investitore che aveva investito il 100% del proprio portafoglio in obbligazioni, era in grado di guadagnare il 7,5% con una volatilità (misurata dalla deviazione standard) del 6%. Nel 2015, per raggiungere lo stesso rendimento del 7,5%, un investitore deve suddividere il proprio portafoglio tra obbligazioni, azioni (small e large cap), immobiliare, private equity e altre asset class non convenzionali, e deve comunque accettare una volatilità molto più alta, pari al 17,2%2.

Questo richiede una profonda comprensione delle correlazioni tra asset class, tutt’altro che costanti nel corso del tempo”, rileva il Managing Director di BNY Mellon IM.
Negli ultimi anni, i prezzi delle asset class si sono mossi sempre più all’unisono. Stando a dati del Fondo Monetario Internazionale, proprio le aree in cui gli investitori hanno spinto al rialzo le curve dei rendimenti (e in particolare le obbligazioni emergenti e gli high yield USA) sono quelle più vulnerabili all’effetto contagio.

“Gestire le fasi di ribasso tra asset class sempre più correlate e riuscire a diversificare i rischi saranno due delle sfide principali per gli investitori negli anni a venire”, dichiara Palacino.
Gli sviluppi più recenti dei mercati determinano anche una volatilità delle monete globali.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a fluttuazioni estreme dei cambi in tutto il mondo. Tali estremi sono meglio illustrati dalle diverse sorti del Brasile e del Messico, due mercati emergenti dal medesimo continente con approcci economici e sfide politiche ben distinte. La Brexit, e il suo impatto sulla sterlina rispetto alle principali valute globali evidenzia le distorsioni addizionali che possono emanare come conseguenza delle decisioni politiche. 
Il rischio politico è salito alla ribalta dinanzi alla crescente importanza attribuita agli interessi nazionali nei dibattiti elettorali.

Il libero scambio di beni e persone è posto sempre più in discussione. Il protezionismo riscuote consensi crescenti e i Paesi cercano di ottenere vantaggi competitivi indebolendo le proprie valute e adottando politiche sempre più isolazionistiche. “La Brexit ha sospinto la Gran Bretagna verso acque mai navigate prima, e ci sono timori che possa scatenare un effetto contagio in Europa.
Negli USA, l’elezione di Donald Trump quale nuovo Presidente degli Stati Uniti può essere interpretata come il risultato dell’affermazione del populismo”, nota Palacino. Qualsiasi processo di de-globalizzazione potrebbe portare a una crescita più bassa ed eterogenea nel mondo, ma può anche offrire delle opportunità uniche per chi è in grado di distinguere i titoli e i settori perdenti e vincenti.

“È importante restare obiettivi quando si valutano eventi politici che sono solitamente sotto i riflettori dell’opinione pubblica e dei media. Nel caso della recente vittoria di Trump, riteniamo che le sue promesse elettorali, se effettivamente applicate, potrebbero avere ricadute tanto positive quanto negative per diversi settori e aspetti dell’economia USA”.
Peter Hensman, Global Strategist di Newton (BNY Mellon) e membro del team multi-asset Global Real Return, commenta: “Ci focalizziamo sui temi di più lungo periodo e sui trend che permettono di comprendere lo scenario d’investimento globale.

Nel nostro outlook, le incertezze legate al voto per la Brexit e l’elezione del Presidente Trump possono contribuire a una battuta d’arresto della crescita economica nel 2017. Riteniamo tuttavia che il rallentamento economico sarebbe stato l’esito più plausibile in ogni caso, indipendentemente dagli eventi politici, data la pressione sui margini di profitto delle aziende, l’eccesso di capacità produttiva a livello globale e le condizioni difficili per il mercato del lavoro internazionale”. 
Guardando al breve termine, Hensman concorda sul fatto che “le valutazioni elevate dei mercati finanziari, esasperate dalle politiche monetarie non convenzionali delle Banche Centrali, suggeriscono che i rendimenti delle azioni e delle obbligazioni inizino a diminuire già nell’arco dei prossimi 12 mesi”.
Brexit in Gran Bretagna, Trump negli USA: due dei più importanti risultati elettorali nel 2016 hanno ribaltato le previsioni di sondaggi ed esperti.

“Cercare di predire i risultati dei singoli eventi rappresenta di rado un approccio di successo agli investimenti. Al contrario, per generare rendimenti sostenibili e superiori a quelli dei mercati bisogna considerare i trend di lungo termine che influenzano i mercati e le economie, ed essere pronti a posizionare i portafogli anche con posizioni contrarie a quelle di consensus – se supportate da analisi rigorose dei dati fondamentali”, afferma Hensman.
Secondo Aron Pataki, gestore del BNY Mellon Global Real Return Fund, “Negli ultimi mesi i mercati hanno compreso quel che noi anticipavamo già da tempo: ovvero, che i programmi di allentamento monetario non sono efficaci e hanno fallito nel loro compito di riavviare la crescita globale dopo la crisi finanziaria.

L’enorme immissione di liquidità ha sì un impatto sulla domanda, ma anche sull’offerta, e questo è un fattore che le autorità monetarie non hanno considerato prima di implementare il QE. Gli stimoli monetari introdotti negli USA hanno avuto ricadute in altre aree dei mercati e del mondo, inclusi i Paesi emergenti.
Le aziende ne hanno approfittato per incrementare la capacità produttiva sino a livelli superiori a quelli che possono essere assorbiti dalla domanda effettiva, iniziando così a perdere pricing power. Se si considerano poi i rapidi cambiamenti tecnologici e l’aumento di competizione sui mercati, ecco che lo scenario sembra deflattivo più che inflattivo”.
Pataki ritiene che, se davvero sarà il fiscal spending il prossimo passo nei piani di stimoli economici, allora aumenteranno gli investimenti infrastrutturali mirati.

“E alcuni settori dei mercati azionari potranno beneficiarne più di altri – penso ad esempio ai comparti delle costruzioni, dell’immobiliare e dei materiali”.
In questo scenario, essere “contrarian” non significa assumere la visione opposta a quella dei mercati in maniera fine a sé stessa, ma piuttosto “essere in grado di adottare un approccio di selezione attiva disciplinato, in grado di catturare le migliori opportunità generate dalla volatilità globale e dai trend di breve periodo.

La volatilità è un sintomo dell’incertezza e del panico che spingono gli investitori a reagire in maniera emotiva alle notizie economiche e politiche. Il nostro ruolo in qualità di uno dei principali gestori patrimoniali al mondo, con 1.700 miliardi di dollari di AUM, è di restare oggettivi dinanzi ai trend di breve periodo e mantenere una prospettiva di lungo termine.
Solo così è possibile conseguire i risultati di rendimento migliori per ciascun profilo di rischio”, conclude Palacino.
Autore: Volcharts.com Fonte: News Trend Online

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