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mercoledì 9 novembre 2016

Il non-mistero del moltiplicatore keynesiano

Una delle più frequenti critiche al progetto Moneta Fiscale – e, in effetti, a qualsiasi proposta di politica economica imperniata sull’espansione della domanda – è un presunto eccesso di fiducia nel “moltiplicatore keynesiano”: in altri termini, si pone in dubbio che un aumento di spesa pubblica o una diminuzione di imposte possa generare un’espansione più che proporzionale di domanda e di produzione.
Spesso si leggono dibattiti condotti a colpi di citazioni e di sostegni statistici – Olivier Blanchard dice, Carmen Reinhardt non è d’accordo, eccetera.
I critici affermano che i dati sono discordanti e ambigui – non esisterebbe, in altri termini, un’evidenza incontrovertibile che il moltiplicatore sia superiore a uno.
Ma il punto chiave è interpretare i dati in funzione del contesto in cui la manovra espansiva ha effettivamente avuto luogo.
Non è difficile capire che il moltiplicatore è alto in situazione di economia depressa, basso o nullo se il sistema economico è, al contrario, in situazione tonica, o anche solo normale.
Perché? semplicemente perché la normalità, per un sistema economico, è (o dovrebbe essere) un buon livello di impiego delle risorse produttive.

Il sistema dovrebbe, in altri termini non sprecare risorse: quindi farle lavorare. Non avere livelli di disoccupazione abnormi, né impianti fortemente sottoutilizzati.
Se l’offerta, quindi la capacità produttiva del sistema economico, è satura, immettere domanda genera pressioni al rialzo sui prezzi, ma non accresce produzione e occupazione: appunto perché non ci sono significativi spazi di incremento, quantomeno in tempi brevi.
Ma esattamente il contrario vale quando la domanda è pesantemente depressa, la disoccupazione è elevata, gli impianti sono sottoutilizzati.

Un’azione di spinta sulla domanda aumenta produzione e occupazione. Non esercita invece pressioni sui prezzi particolarmente elevate se non quando il sottoutilizzo delle risorse produttive è stato, almeno in buona parte, riassorbito.
Questa era la situazione negli anni della Grande Depressione, e questa è la situazione di oggi: in particolare nell’Eurozona, e ancora di più in Italia.
L’opera di Keynes si comprende ricordando che nasce dall’analisi di un contesto di pesante carenza di domanda aggregata, conseguente a una crisi finanziaria.

E’ questo che la rende così attuale oggi.
Il moltiplicatore keynesiano non ha nulla di magico. E’ un acceleratore che porta alla velocità di crociera una macchina che procede troppo lentamente. Non serve, al contrario, se l’auto sta già marciando a velocità ottimale.
E l’effetto di accelerazione, in un contesto depresso, è tra l’altro duplice: rapido stimolo dei consumi (o degli investimenti pubblici, se l’azione espansiva è indirizzata su quelli); ulteriore stimolo - differito ma sostanzioso - sugli investimenti privati.

Perché via via che il sistema economico si riavvicina all’utilizzo pieno della capacità produttiva crescono gli incentivi a incrementarla.
E’ il cosiddetto crowding-in degli investimenti, che rafforza l’effetto espansivo delle politiche keynesiane in contesto di economia depressa.
Al contrario, le azioni espansive della domanda sono inefficaci quando l’economia è a regime: qui gioca il crowding-out, lo spiazzamento della spesa privata.

L’impulso sulla domanda si disperde in inflazione e/o crescita dei tassi d’interesse, la spesa introdotta dall’esterno si compensa con contrazioni di altre forme di spesa.
Ma non è quello di cui dobbiamo preoccuparci oggi. Siamo nella classica situazione in cui l’effetto espansivo del moltiplicatore, dell’azione sulla domanda, è elevato.
Ed è quanto necessario ad uscire dalla crisi.
Autore: Marco Cattaneo Fonte: News Trend Online

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