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martedì 15 novembre 2016

Il massacro del parco Bond


Dopo la forte scossa che i mercati finanziari hanno subito mercoledì della scorsa settimana, stiamo ora osservando lo sciame sismico di accompagnamento, che sta continuando a ridisegnare la mappa del valore dei vari settori economici, a seconda di come questi potrebbero essere interessati dalla Trump-economics.
Ieri sui mercati azionari nel complesso non è successo nulla di nuovo, con gli indici che, partiti bene in Europa con nuovi entusiasmi sui bancari, si sono poi ammosciati nel corso della seduta ed hanno chiuso intorno alla parità.

Si sono però ancora viste significative differenze settoriali, con la ulteriore bocciatura delle utility, penalizzate dalle prospettive di rialzo dei tassi, e degli energetici, trascinati al ribasso dall’ennesimo calo del prezzo del petrolio che, proprio a fine seduta europea, è andato a testare il minimo del 20 settembre scorso, in area 42,50 dollari al barile.
Il caso del petrolio è abbastanza peculiare.
Mentre le materie prime in generale sono state beneficiate dalla vittoria di Trump, per il miglioramento delle aspettative di aumento della domanda, che la politica di potenziamento delle infrastrutture e la spinta alla crescita economica potrebbero portare in futuro, ed alcune, come il Rame, hanno evidenziato rialzi spettacolari, il petrolio ha continuato ad essere venduto.

Il mercato pare rassegnato a non vedere alcun accordo in sede OPEC nella riunione di fine mese. Tutto tace e mancano ormai pochi giorni all’evento, strombazzato in ottobre come risolutivo per decretare il blocco della produzione e sostenere i prezzi. Inoltre la volontà di Trump di incentivare l’estrazione dalle rocce in USA e addirittura di riesumare come fonte energetica persino il carbone (pesantemente inquinante e da tutti finora ridimensionato), rappresenta un timore di aumento dell’offerta in un momento in cui già l’offerta è troppa.
Comunque il petrolio, dopo il calo del pomeriggio, in serata ha mostrato un discreto rimbalzo, evidenziando una buona capacità di tenuta del supporto, che potrebbe, almeno momentaneamente, arrestare la discesa e favorire un rimbalzo.
Un altro calo che invece non accenna ancora a quietarsi è quello dei titoli obbligazionari, investiti da un’ondata di vendite che non si vedeva da tempi immemorabili, e produce una rapida crescita dei rendimenti.

Quelli sul Treasury Note USA decennale, ieri, hanno continuato a salire, raggiungendo anche il 2,30% (altri 15 punti base di crescita rispetto a venerdì scorso). Il Bund tedesco è arrivato fino a 0,394% di rendimento prima di far vedere qualche acquisto, ed il nostro BTP ha toccato il 2,22%, per poi terminare su un rendimento di 2,08%.
Lo spread BTP/Bund è decollato fino ad un massimo di 187 punti, rallentando un po’ solo nel finale di seduta.
Qualche riga di commento debbo dedicarla alla delicata situazione finanziaria che riguarda il nostro paese, anche se in questo clima politico molto cattivo è molto difficile esprimersi senza essere tacciato di essere anti o filo Renzi.
Quel che vediamo sui mercati obbligazionari è oggettivamente preoccupante.

Negli ultimi giorni anche il popolo dei risparmiatori, che ha abbondantemente beneficiato del lungo periodo di sostegno ai prezzi da parte della BCE, sembra nutrire seri dubbi che la festa sia finita, e si precipita in massa all’incasso delle plusvalenze che ancora ci sono, dopo aversene viste rosicchiare una quota significativa nell’ultimo mese.
Se prendiamo come esempio il titolo BTP scadenza 1.3.2026, con cedola 4,5% annuo, osserviamo che dai valori del 12 agosto scorso di 131,90, chi ieri l’avesse venduto sui minimi di 119,61 avrebbe lasciato sul terreno in soli 3 mesi ben 12,29 punti percentuali di plusvalenza (stiamo parlando di quasi 3 anni di cedole).

Ma anche chi l’avesse comprato a 124,96 il giorno delle elezioni USA sperando in una vittoria della Clinton, ora avrebbe già lasciato sul terreno tutta la cedola di un anno.
Assistiamo ad un vero e proprio crollo, motivato dalla fuga in massa degli investitori, spaventati da rendimenti che salgono dappertutto.
Ma siccome nel frattempo anche lo spread col Bund sta salendo, passando dai 130 punti base di un mese fa ai 187 di ieri, non basta il generale movimento dei rendimenti a motivare le paure degli investitori. Anche se i rendimenti sono saliti in tutto il mondo, salta agli occhi che lo spread della Spagna, il nostro principale competitor nella classifica dei peggiori debitori d’Europa, è salito nell’ultimo mese di soli 20 punti base, meno della metà del nostro.
Questo significa che non solo i piccoli risparmiatori stanno vendendo, ma anche i grossi gestori del mondo, che vedono salire il nostro rischio paese.

Da un lato perché il rapporto Debito/PIL dell’Italia, nonostante la campagna comunicativa del governo, continua a salire inesorabilmente dal 2007 e neanche nel periodo magico del sostegno della BCE, che ci ha consentito di beneficiare di tassi ridotti al lumicino, tutti i governi che si sono succeduti non sono riusciti a farlo scendere.
Neanche Renzi, che lo ha annunciato ogni anno ed ha sempre fallito l’impresa. E se non ci sono riusciti con i tassi azzerati, ci riusciranno con i rendimenti in crescita?
Dall’altro lato il mercato sta progressivamente scontando una sconfitta di Renzi al referendum, l’arresto della riforma costituzionale, vista, chissà poi perché, come fondamentale per il risanamento del nostro paese e la stabilità politica, e le possibili dimissioni dell’enfant prodige fiorentino, che sta ripetendo in questi giorni che lui non ci starebbe a galleggiare in caso di sconfitta.
Da qui al 4 dicembre credo che la via crucis dei nostri titoli di stato abbia ancora alcune tappe da percorrere.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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