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lunedì 7 novembre 2016

I guai di Facebook tra obblighi morali e rischi di multe salate


Facebook finisce ancora una volta nelle aule dei tribunali europei. Dall'Italia alla Germania, torna infatti ad accendersi in queste ore la polemica sulla responsabilità giuridica ed etica del colosso dei social network di fronte alle ripetute violazioni della privacy e al proliferare di post a contenuto razzista sulla sua piattaforma. 
E se una nuova sentenza italiana certifica l'obbligo "morale" per la società di Zuckerberg di liberare la rete dai materiali violenti e offensivi anche senza previo ordine dell'autorità giudiziaria, dalla Germania arriva ora la minaccia di multe salate, nel caso in cui Facebook non trovi il modo di fermare i fomentatori d'odio.

La vicenda di Tiziana Cantone

A riportare in primo piano il tema in Italia è stato l'ultimo capitolo della tragica vicenda di Tiziana Cantone, la trentunenne napoletana suicida il 13 settembre scorso in seguito alla diffusione di un video hard, girato per ripicca contro il fidanzato e poi circolato a sua insaputa su Fb fino a diventare virale.
Nelle scorse ore, infatti, il Tribunale Civile di Napoli Nord ha in parte rigettato il reclamo di Facebook Ireland, che chiedeva ai giudici campani di rivedere un'ordinanza dell'estate scorsa, con la quale si imponeva a Facebook ed altri social di eliminare i video e commenti relativi alla ragazza.
A settembre, gli avvocati dei familiari di Tiziana avevano ottenuto dal tribunale "l’immediata cessazione e rimozione di ogni post o pubblicazione contenente immagini o apprezzamenti".
Da qui il ricorso presentato dai legali di Facebook Ireland, secondo i quali l'obbligo di rimozione ordinato dal giudice implicava "un dovere di monitoraggio e controllo preventivo, contrario alle norme rilevanti di rango nazionale e comunitario", oltre che "di impossibile attuazione" per l'enorme mole di dati che passano sul sito. 
La società sosteneva in sostanza di non essere tenuta a impedire l'accesso ai contenuti "senza che prima vi fosse un ordine in tal senso emesso dalle autorità competenti", menzionando tra l'altro nel suo reclamo la necessità di tutelare la "libertà di espressione dei propri utenti".
Il social network si vede adesso imporre "un generale obbligo di sorveglianza ovvero un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite". 
"Facebook ha ora l’obbligo morale" precisa un legale della famiglia della ragazza, "di fornire tutti gli elementi utili a individuare le generalità di quelle persone che, nascoste dietro falsi profili, hanno aperto le pagine su cui sono stati caricati quei contenuti diffamatori, tra link, video e commenti offensivi, che hanno contribuito a creare quella gogna mediatica che ha determinato in Tiziana quello stato di prostrazione che l’ha portata alla morte".

Zuckerberg indagato in Germania

Nelle stesse ore, un'altra inchiesta in Germania ha ridestato la polemica sui numerosi post antisemiti su cui Facebook è accusata da tempo di "chiudere un occhio".

Venerdì scorso infatti gli uffici della procura di Monaco hanno aperto un fascicolo d'indagine sul fondatore Mark Zuckerberg e su altri 9 manager della società, tra cui il direttore operativo Sheryl Sandberg, in risposta a un denuncia per violazione delle leggi tedesche su incitamento all'odio razziale e negazione del genocidio ebraico. 
A mettere in moto l'inchiesta tedesca è stato un avvocato bavarese, Chan-jo Jun, che ha portato all'attenzione della magistratura un dossier relativo a centinaia di post violenti, segnalati ripetutamente ma mai cancellati dalla piattaforma, e su cui il colosso avrebbe "fatto finta di niente."
La legislazione tedesca vieta la diffusione di messaggi razzisti o che fanno apertamente riferimento all'ideologia nazista.

E la polemica sui post con offese xenofobe e antisemite non eliminati da Facebook si è rinfocolata nell'ultimo anno, in parallelo con le polemiche sulla politica immigratoria di Angela Merkel e con l'emergere del partito anti-immigrati Alternative fur Deutschland.
Lo scorso mese, un influente componente della CDU di Angela Merkel ha avanzato la proposta di imporre alle piattaforme social che non si adeguano alle leggi federali multe di 50000 euro per ogni post non rimosso.

Il precedente di Amburgo e la reazione di Fb

I giudici di Monaco cercheranno intanto in ogni caso, nell'indagine, di determinare se ci sono abbastanza materiali per avviare un processo.

L'avvocato Jun ci aveva infatti già provato qualche mese fa, presentando una simile accusa ad Amburgo. Ma si era visto respingere le accuse dal tribunale, che aveva dichiarato di non essere competente visto che Facebook ha sede legale in Irlanda.
"Non commentiamo lo stato di una possibile inchiesta" è stato intanto il commento sull'avvio dell'indagine di un portavoce di Facebook, "ma possiamo dire che le accuse sono prive di valore e che non vi è stata alcuna violazione della legge tedesca da parte di Facebook o dei suoi dipendenti".
I vertici della società si sono dichiarati in passato disponibili a fronteggiare il fenomeno, arrivando a ingaggiare quest'anno una società di supporto informatico, la Arvato del gruppo Bertelsmann, con il compito proprio di monitorare e cancellare i post offensivi.

Fonte: News Trend Online

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