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venerdì 25 novembre 2016

FT: senza flessibilità UE su banche italiane, rischia l'Europa


A una settimana dal voto del 4 dicembre, il "rischio Italia" entra sempre di più nel radar della stampa internazionale. Questa volta, a tornare sul pericolo intreccio che lega referendum costituzionale e crisi del sistema bancario è il Financial Times. Che allargando lo sguardo ai rapporti tra Unione europea, Governo italiano e istituti del Belpaese, propone la sua ricettta per disinnescare la bomba delle sofferenze bancarie e scongiurare i rischi di contagio all'intero Continente.

La lezione della crisi

Il sistema bancario italiano, sostiene il quotidiano, è il terreno sul quale l'Europa potrà dimostrare di aver imparato la lezione dalla crisi finanziaria globale.

Un sistema, è vero, che necessita di un processo di riforma dall'interno, fatto di fusioni e drastiche misure di tagli: ma che non può avere successo senza il sostegno e una certa elasticità da parte dell'UE. 
La ricetta del Financial Times è nel segno della cooperazione.
"L'Italia e l'Unione Europea devono lavorare insieme per scongiurare il pericolo di uno shock sistemico," si legge nell'articolo. Ecco perché l'avvertimento è rivolto in primo luogo ai vertici di Bruxelles, che rischiano, sposando una interpretazione troppo stringente delle regole sui salvataggi bancari, di avvicinare il complesso finanziario continentale verso il baratro del contagio sistemico.
Primo passo, dunque: "l'UE non dovrebbe insistere su una interpretazione rigida delle regole sul bail-in, concedendo all'Italia i margini di manovra necessari a prevenire collassi bancari e il rischio del contagio finanziario e politico."
Serve, insomma, una buona dose di realismo.

E consapevolezza che "le probabilità che sia necessario un ulteriore intervento del governo sono alte".
Sì, perché se fanno paura i 13 miliardi prospettati per l'aumento di capitale di Unicredit, o i 5 miliardi, tra conversione di bond subordinati e aumento di capitale, che hanno monopolizzato l'attenzione dei mercati in questi giorni, all'orizzonte ci sono nuvole ancora più cariche di pericoli: "queste somme", scrive il FT, "sono modeste in proporzione alle necessità del sistema  nel suo complesso e i problemi peggiori sono concentrati negli istituti di dimensioni minori."

Anche il sistema Italia deve fare la sua parte

E' la struttura stessa dell'economia del Belpaese insomma a determinare la qualità peculiare dei suoi problemi.

Una fitta rete di banche locali legate al territorio. Troppe, e con una proporzione tra numero di filiali e capitalizzazione superiore a quella di qualsiasi altro paese dell'Ocse. 
Oltre, ovviamente, alle ferite ancora non sanate inferte da una crisi pluriennale. Il confronto con i numeri pre-crisi è impietoso: il Pil pro-capite è calato in termini reali del 9% rispetto al 2007.
Il nodo della crisi sta nell'innesto, su questa impalcatura, di un ambiente di scarsa crescita.

Una miscela che ha prodotto il venir meno della redditività degli istituti e la metastasi dei crediti in sofferenza: una montagna di 360 miliardi, 200 dei quali "della peggior specie".

C'è una base da cui partire

Non si parte da zero, comunque. Gli sforzi riformatori hanno già prodotto qualche risultato.
Il cantiere delle fusioni è  partito e la creazione del fondo Atlante ha fornito un contributo alla gestione degli Npl.
Ma non basta. "Serve" è l'idea suggerita, un processo di consolidamento molto più ampio, cui dovranno seguire "brutali chiusure di filiali e tagli dei costi".
Una "cura intensiva" da offrire all'Europa in cambio della flessibilità richiesta: se il governo dovesse iniettare capitale nelle banche, le regole dell'UE richiederebbero, come minimo, che i detentori di obbligazioni subordinate siano convertite in azioni.
Che è il cuore del problema.

Perché le banche italiane hanno venduto azioni e debito ai clienti retail: "una pratica vergognosa che non si sarebbe mai dovuta consentire". E che rischia di addossare gli effetti nefasti del bail-il sulla classe media e su ignari pensionati. 

Una miscela pericolosa

A colmare la misura, arriverà adesso un referendum che in caso di vittoria del no innescherà una fase di grande incertezza.
Dunque, rischio politico e banche in default: una miscela esplosiva che rischia di "avere serie ripercussioni per tutta l'Europa." 
Quale la soluzione? Un bail-in sarà più facile da digerire se si mette in campo un piano di "robusti risarcimenti" a protezione degli investitori retail "fino a un certo livello".

Con l'avallo, ovviamente, dell'Unione Europea, che dovrebbe consentire il finanziamento di un tale schema.
In cambio, l'Italia dovrà dimostrare di saper fare la sua parte. Cominciando col costringere le banche a fondersi. O a chiudere.
Fonte: News Trend Online

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