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lunedì 7 novembre 2016

Elezioni Usa: incognite anche per la Fed


Sono tante le incognite che gravano sulle presidenziali Usa in arrivo nelle prossime ore. E non solo per i mercati. Anche la Federal Reserve, infatti, si troverà a dover fare i conti con più di un problema a prescindere dal candidato. Ma procediamo con ordine

La questione Trump-Fed

Da tempo Donald Trump ha annunciato la sua volontà di porre un freno alla politica della banca Centrale statunitense accusata di aver adottato misure troppo estreme in ambito di stimoli monetari.

Ma questo presupporrebbe non solo una serie di dissensi tra il vertice politico e quello finanziario, ma potrebbe dare anche vita a due conseguenze molto drastiche: dimissioni di Janet Yellen prima della scadenza naturale del suo mandato oppure una sostituzione da parte dell’eventuale presidente Trump.
Negli Usa, infatti, l’elezione del capo della banca è un diritto dell’inquilino della Casa Bianca, tra i sette membri del board (attualmente 5), che dev’essere poi confermato dal Senato. 
In questo caso e cioè quello della sostituzione della Yellen, resta l’incognita del suo successore, un rappresentante della corrente protezionista promossa da Trump il quale, però, potrebbe anche trasmettere l’idea di una mancanza di indipendenza e di un maggiore legame con la Casa Bianca.

Ma se dal lato repubblicano gli attriti sono forti, anche da parte dei democratici ci sono degli obblighi da rispettare verso l’elettorato. In particolare quelle promesse che in ambito di campagna elettorale, la Clinton ha fatto per riuscire a conquistare la parte di voti destinati a Bernie Sanders: riformare la Fed in modo che possa essere più trasparente nei suoi processi decisionali e adottare politiche più vicine alle esigenze della classe media. 

Gli Swing States  

Ovviamente, sempre che venga eletta la Clinton, eventualità tutt’altro che certa.

Infatti oltre ai sondaggi, con una percentuale di errore superiore a quella che divide i due candidati (il che rende inutile gran parte delle proiezioni) resta anche il fattore Swing States ovvero quegli stati in bilico e che potrebbero portare diversi e decisivi grandi elettori da una o dall’altra parte.
Come si sa, infatti, le elezioni statunitensi non avvengono per elezione diretta ma di secondo grado. Cosa significa questo? Ogni stato ha un numero diverso di grandi elettori che vengono aggiudicati a chi vince, anche solo di un voto, all’interno del singolo stato. Per questo motivo  esistono alcuni stati più “importanti” rispetto ad altri e che potrebbero essere decisivi come nel 2000 lo fu la Florida: in quell’occasione tra i due candidati, George Bush Junior e Al Gore, il punteggio era assolutamente perfetto mancando all’appello solo la Florida.

Dal conteggio, tra l’altro viziato da alcune difficoltà riscontrate nelle operazioni di voto, per poco più di 500 preferenze, 16 anni fa vinse Bush aggiudicandosi così l’intero “pacchetto” di voti della Florida. Questa volta la situazione potrebbe ripetersi.
Infatti le ultime proiezioni, che come detto sono suscettibili di errori, vedono 272 preferenze per la Clinton e 179 per Trump. Una sfida, dunque, non impossibile per il tycoon dal momento che la maggioranza minima è di 270 grandi elettori. E che potrebbe riservare a sua volta una sorpresa anche agli esperti: la composizione sociale della popolazione, infatti, a causa della forte immigrazione, è cambiata e sebbene a grandi linee solitamente le fasce costiere e le grandi metropoli sono territorio dei democratici mentre l’entroterra e i petrolstati dei repubblicani, gli equilibri di base potrebbero non essere più così certi.  Nell’elenco degli Swing States ovvero gli stati in bilico, restano ancora Colorado, Wisconsin e Virginia mentre a consacrare la vittoria per il rappresentante repubblicano, potrebbe essere ancora la Florida.
Fonte: News Trend Online

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